L’inconsolabile, il vero mito di Orfeo

Conoscevo vagamente il mito di Orfeo ed Euridice, poi un giorno – a lezione di musica – ascoltai L’Orfeo di Monteverdi e ne rimasi molto colpito. Andai a casa e cercai su Google il libretto dell’opera. Lo trovai. Trovai anche, (qualche tempo dopo) un brano di Cesare Pavese intitolato L’inconsolabile, una variazione del mito greco. Ecco, oggi posso dire che la versione del poeta piemontese la preferisco di gran lunga all’originale. 

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“L’inconsolabile” di Cesare Pavese

Tra il 1945 e il 1947, Pavese scrisse I dialoghi con Leucò, una raccolta di ventisette brevi racconti dialogici, ciascuno dei quali ha come protagonisti due personaggi ripresi dalla mitologia greca. Tra questi vi è appunto la rivisitazione del mito di Orfeo.

[ Brevissimo riassunto del mito: La bella Euridice, promessa sposa del cantore Orfeo, viene uccisa dal morso letale di un serpente. Saputa la terribile notizia, Orfeo scende negli inferi per chiedere ad Ade di poterla riavere. Ade accetta, ma ad una condizione: Orfeo avrebbe dovuto risalire il Tartaro senza voltarsi a guardare Euridice, che lo seguiva alle sue spalle. Il cantore non riuscì a resistere alla tentazione di rivedere la sua amata, si voltò perdendola per la seconda e ultima volta. ] 

 


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Nel dialogo di Pavese però, Orfeo non è colto da un’irresistibile voglia di Euridice, ma da qualcos’altro, forse un sentimento più umano, egoista, quasi inevitabile e certamente… inconsolabile.  

Buona lettura.

  • ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.
  • BACCA: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.
  • ORFEO: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.
  • BACCA: Qui si dice che fu per amore.
  • ORFEO: Non si ama chi è morto.
  • BACCA: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?
  • ORFEO: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.
  • BACCA: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.
  • ORFEO: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.
  • BACCA: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.
  • ORFEO: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.
  • BACCA: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.
  • ORFEO: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.
  • BACCA: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?
  • ORFEO: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.
  • BACCA: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.
  • ORFEO: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena.
  • BACCA: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani… Tu hai veduto la festa.
  • ORFEO: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.
  • BACCA: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.
  • ORFEO: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade…
  • BACCA: Sei disceso a cercarci.
  • ORFEO: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.
  • BACCA: Un tempo cantavi Euridice sui monti…
  • ORFEO: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.
  • BACCA: Anche tu li invocavi.
  • ORFEO: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.
  • BACCA: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.
  • ORFEO: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E’ necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

 


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Autore dell'articolo: Tommaso Bianchi

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