Intervista a Marco Blatto, l’uomo delle Alpi Graie

Giornalista e scrittore di montagna, alpinista e rocciatore. Poco tempo fa vi avevamo spinti a dare un’occhiata alle Valli di Lanzo e oggi vi proponiamo l’intervista a Marco Blatto, membro del Group de haute montagne, dell’Alpin Club, presidente della Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna e fondatore del Gruppo Rocciatori della Val di Sea. Insomma, un personaggio che con le nostre montagne ha parecchio a che fare.

La passione per la montagna è un qualcosa che ha coltivato fin da bambino?

Beh, sì, perché sono sempre vissuto in montagna. Sono cresciuto all’ombra del Monte Bianco, per cui è stata una presenza costante. La passione dell’andare in montagna, invece, è una cosa diversa. Quella l’ho maturata inconsapevolmente nel periodo dell’infanzia, quando a sei/sette anni facevo le passeggiate. Nel momento in cui ho iniziato a farle con delle persone che mi hanno fatto notare aspetti particolari, come la guida Luigino Henry, ho cominciato a prestare più attenzione a certe cose: il modo in cui ci si arrampicava sui sassi, come si camminava nelle neve dura…
La vera e propria passione per la montagna in realtà però l’ho scoperta sull’Enciclopedia: stavo facendo una ricerca, mi è capitata davanti la voce alpinismo e ho letto tutto. Mi sono appassionato prima ai giochi di corda e alle tecniche che vedevo rappresentate, ho provato a sperimentarle anche io di nascosto. Poi, un giorno, con degli amici abbiamo improvvisato un po’ con dei pezzi di corda e, nell’estate del ’79, alla fine, ho poi frequentato un corso tenuto da Cosimo Zappelli, che era il Presidente delle Guide di Courmayeur. Zappelli è stato il mio primo maestro di alpinismo – e un amico, in quanto a Courmayeur era una figura conosciuta da tutti.
Da lì in avanti, dopo il trasferimento da Courmayeur a Cantoira, ho iniziato ad arrampicare sui sassi.

marco blatto - TheGiornale.it

Sappiamo che ha aperto delle vie. Di quali imprese è più fiero?

Per ogni alpinista la propria attività è costellata da imprese, ma alla fine è tutto relativo.
Ho ripetuto tante vie su tutto l’arco Alpino; prevalentemente la mia attività è stata sul Monte Bianco e sulle Alpi francesi del Delfinato, con delle rare puntate sulle Dolomiti. Poi mi sono stufato di ripetere le vie che ripetevano tutti, anche se erano difficili, allora ho scoperto che proprio qui, sulle Graie, avevo la possibilità di aprire in stile classico nuove vie. Durante gli anni, ’90, allora, mi sono dedicato più che altro a queste montagne.
Forse le due più belle sono state il pilastro sud-est della Punta Francesetti (3410 m), nel ’93, e la parete nord della Cima di Monfret (3337 m) in invernale, nel 2005.

La montagna le è sempre stata amica o è anche capitato che si dimostrasse ostile?

Questi termini, ‘montagna amica’, ‘montagna nemica’ o ‘montagna assassina’ sono termini che spesso sono usati a sproposito da chi fa informazione – lo dico da giornalista. La montagna presenta dei rischi oggettivi, come ad esempio la caduta pietre o l’arrivo del maltempo improvviso, le valanghe o la caduta di ghiaccio. E’ l’immutabilità, o, meglio, la mutabilità del mondo minerale.
La montagna si è creata e si distrugge disgregandosi. Poi ovviamente ci sono i rischi soggettivi, che dipendono dall’individuo, dalla sua preparazione o dalla sua motivazione. Il grosso degli incidenti che capitano in montagna è legato più a fattori soggettivi che oggettivi.
Il rischio in montagna non si può annullare, ma si può mitigare con l’allenamento e la preparazione.
Io ho perso tanti amici in montagna, con loro posso dire che non sia stata clemente, anche se alcune loro imprese erano davvero pericolose e azzardate.
Ci sono stati momenti in cui abbiamo rischiato molto, ma l’importante è essere sempre pronti a rinunciare è ritirarsi. Se non ci fosse il rischio, però, non ci sarebbe tutta una serie di componenti emotive. La grandezza dell’alpinismo è rischiare tutto per un ideale, non per soldi o notorietà, solo per diletto.

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Lei fa parte dell’Alpin Club, il primo club alpinistico mai fondato. Com’è riuscito ad entrarvi?

In realtà la soddisfazione più grande che io abbia avuto è stata entrare nel GHM francese, di cui fin da bambino leggevo le imprese. Ho sempre sognato, vedendo questi grandi nomi, facenti parte del GHM, di poterci entrare, un giorno. E’ come una laurea in alpinismo, sostanzialmente, quindi quando ci sono entrato, nel 2014, per me è stata un’enorme soddisfazione.
Invece per il club britannico l’ingresso è derivato dal mio aver sposato un’etica molto simile alla loro. I Britannici hanno questa etica molto clean, secondo cui bisogna scalare by fair means, con un uso limitato dei chiodi, senza la foratura della roccia, ad esempio.
Io distinguo molto bene l’arrampicata dall’alpinismo; nell’arrampicata ho usato i chiodi a pressione e altri mezzi per semplificare, però nell’alpinismo mai.
L’ammissione all’Alpine Club è stata dettata da fattori letterari e culturali, perché alla fine gli Inglesi sono quelli che hanno inventato l’alpinismo per diletto. Quando i membri del Club hanno saputo quello che facevo, che la mia alpinistica era clean e che scrivevo ed ero consigliere delegato del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna mi hanno chiesto di entrare.

Insieme a Spiro Dalla Porta Xydias ha scritto il libro Del sentimento della vetta e delle meta. Come descriverebbe in breve questo ‘sentimento della meta’?

E’ nato da una sorta di discorso filosofico che ho avuto appunto con l’ex Presidente del GISM, Spiro Dalla Porta Xidias, che ha passato la vita a teorizzare il sentimento della vetta, perché alla fine l’alpinismo è tale se si raggiunge una cima. I sostenitori del sentimento della vetta hanno sempre dato molta importanza al valore simbolico della cima, forse anche per un retaggio culturale di matrice giudaico-cristiana: questo elevarsi non soltanto materialmente ma anche spiritualmente dell’uomo quando giunge alla vetta.
Io invece ho sostenuto una cosa diversa: la stessa componente spirituale-ideale si poteva applicare anche alla meta, cioè non necessariamente ad un punto geografico preciso. Quello che a me interessa di più è il viaggio; quando arrivo alla vetta finisce tutto. La cosa più importante non è aver raggiunto una destinazione, ma ciò che si è vissuto durante il viaggio. Possiamo chiamarlo spirito odisseico: Ulisse passa la sua traversata a cercare di tornare a Itaca, ma in realtà gode di ciò che gli accade nel mentre, dei rischi. E quando arriva a casa riparte.
Poi, se non c’è di mezzo anche l’incertezza della riuscita, si elimina l’essenza dell’alpinismo, togliendo la componente ideale e lasciando quella meramente sportiva. E l’alpinismo è ben più di uno sport.

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Autore dell'articolo: Giulietta De Luca

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