Nadia Terranova si racconta in Quello che so di te
Libri in Circolo 24 Luglio 2026

Nadia Terranova si racconta in Quello che so di te

Nadia Terranova ci consegna un racconto intimo che scava nelle pieghe della sua storia familiare, tra i tabù della maternità e le omissioni sulla figura misteriosa della bisnonna Venera.

Il 28 aprile, in occasione del Festival della Lettura tenutosi a Osimo, nelle Marche, ho avuto l’onore e il piacere di ascoltare Nadia Terranova alla presentazione del suo quarto romanzo Quello che so di te.

Nel corso di questo prezioso dialogo tra Nadia Terranova e la professoressa Mariella Greco, tanti sono stati gli spunti di riflessione che sono emersi in relazione ai temi del romanzo, in una continua compenetrazione tra vita reale e autofiction.

Foto d'archivio | TheGiornale
Foto di Elisa Caprari

Quello che so di te di Nadia Terranova

Quello che so di te è senza dubbio il romanzo più personale di Nadia Terranova. Un’opera in cui l’autrice mette al centro della narrazione la propria storia familiare, sviscerandola alla ricerca di una verità.

L’evento scatenante che la spinge a compiere questa indagine è la nascita di sua figlia Luna, a seguito della quale Nadia Terranova decide di voler ripercorrere le vicende della sua famiglia, in particolare il mistero legato alla sua bisnonna Venera.

Lo scopo, come dichiara l’autrice nel corso della presentazione, è quello di utilizzare la scrittura come mezzo per riempire i vuoti che, nel corso del tempo, hanno caratterizzato i racconti familiari. Così facendo, si potrà consegnare alle generazioni successive un racconto veritiero, privo di falsificazioni.

Il romanzo rappresenta quindi un doppio viaggio parallelo: quello verso le sue radici, e quello, intenso, attraverso la maternità, due dei temi fondanti del libro.

La figura di Venera

Venera è una figura misteriosa che, fin dall’infanzia, aveva aleggiato su ciò che la famiglia dell’autrice aveva vissuto, soprattutto rispetto al ramo matrilineare.

Nel 1928, infatti, la donna venne internata per undici giorni nel manicomio di Mandalari a Messina. Fu questo evento doloroso a rendere Venera una presenza fumosa che Nadia Terranova ha potuto conoscere soltanto attraverso frammenti e reticenze.

Le ragioni del suo “impazzimento” restavano avvolte da un alone di mistero. L’argomento divenne un vero e proprio tabù nei racconti familiari, al punto che il peso del non detto diventò così gravoso da fagocitare se stesso.

In un’intervista realizzata da Silvia Nucini per il podcast Voce ai libri, l’autrice racconta un episodio chiave legato alla scoperta dell’esistenza di questa bisnonna.

Il contesto è quello del giorno di Natale: tutta la famiglia riunita si sta dedicando a un gioco di carte tipico della tradizione locale. La spensieratezza del momento viene però spezzata da un commento nervoso della madre che riguardava proprio Venera. Parole amare che sono rimaste impresse nella memoria della scrittice e che la spinsero, anni dopo, a voler indagare.

Ed è proprio attraverso questa indagine che emerge nel romanzo il drammatico tema della devianza sotto il regime fascista. Le carte dei ricoveri dell’epoca, infatti, sono piene di “madri degeneri” e di quelle che venivano etichettate come “frodatrici della natalità”: donne che, se non desideravano figli o non si conformavano ai rigidi dettami che il regime imponeva loro, venivano internate con una scusa.

Attraverso le sue ricerche d’archivio, l’autrice ha scoperto che Venera era internata esclusivamente insieme ad altre donne, un dettaglio storico fondamentale che la “mitologia familiare” aveva taciuto negli anni in modo deliberato, escludendo e cancellando il dolore di tutte le altre.

Nadia Terranova ci consegna un racconto intimo che scava nelle pieghe della sua storia familiare, tra i tabù della maternità e le omissioni sulla figura misteriosa della bisnonna Venera.
Dettaglio del documento d’archivio tratto dalle pagine del libro di Nadia Terranova | Foto di Elisa Caprari

La maternità tra fragilità e aspettative sociali

Durante la presentazione del romanzo è emerso come il tema della maternità non sia un semplice elemento narrativo, ma il vero motore dell’opera di Nadia Terranova.

Nel passato della bisnonna Venera la maternità ha i contorni di un trauma intimo nascosto dietro l’etichetta dell’impazzimento. Nel presente invece, l’esperienza del diventare madre si traduce per Nadia Terranova in una riflessione autentica.

L’autrice non si nasconde e racconta, all’interno del romanzo, una maternità difficile, abitata da dubbi, fragilità e dalla paura di non essere all’altezza.

Nel corso del dibattito, Nadia Terranova ha allargato lo sguardo alle contraddizioni della nostra società. Evidenziando come oggi la maternità sia fortemente richiesta, ma nei fatti poco tutelata. Alle donne infatti si chiede di fare figli senza però garantire i sostegni necessari.

A questo si somma un forte eccesso performativo, che impone alle neo-madri l’obbligo di mostrarsi subito attive e felici. Si tende così a reprimere le fatiche di un periodo che è invece piuttosto complesso. Come ha sottolineato la stessa, non bisogna nascondere queste fragilità, ma accoglierle e abitarle.


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Nadia Terranova e la “mitologia familiare”: un dovere o un rischio?

Proprio questo cortocircuito tra il ricordo, il silenzio e la ricerca della verità, introduce uno dei temi più affascinanti discussi durante l’incontro: “la mitologia familiare.

Con questa espressione, trattata nel romanzo come un vero e proprio personaggio, si intende l’insieme di racconti tramandati e omissioni calcolate che compongono il patrimonio conoscitivo delle nostre origini: cosa sappiamo e cosa, invece, ci è stato taciuto.

Un silenzio che nasce con l’illusione di proteggere chi abbiamo intorno ma che, come evidenziato durante l’incontro, in realtà si rivela essere una grande amputazione della storia personale di ciascuno di noi.

In particolare, questo nucleo concettuale è emerso con forza quando la moderatrice ha rivolto all’autrice una domanda cruciale:

«Che cos’è la verità per Nadia Terranova? Un dovere o un rischio?»

La risposta di Nadia Terranova non si è fatta attendere ed è stata una vera rivelazione che ha aperto la strada ad una riflessione profonda:

«La verità è il dovere del rischio. Il rischio è la volontà di esporsi verso una direzione, verso un obiettivo e perseguirlo con determinazione. Un atto che ti porta da qualche parte e ha un risultato. Rischiare è diverso da esporsi al pericolo: il pericolo non porta a risultati. Il rischio invece è una strada da poter percorrere. Scrivere, ad esempio è sempre un rischio».

Il peso dell’omissione e l’eredità del silenzio

Per Nadia Terranova quel rischio si è tradotto in ricerca attiva e concreta. Durante l’incontro, ha rivelato di essersi recata personalmente nei luoghi in cui un tempo sorgeva il manicomio di Mandalari. Lì ha compiuto ritrovamenti straordinari: i documenti dell’internamento e la cartella clinica originale della bisnonna Venera.

Una scoperta d’archivio fortissima, che ha portato alla luce verità rimaste sepolte per quasi un secolo e ha dato corpo ai fantasmi del passato.

Indagare sulla propria storia diventa quindi un atto di coraggio necessario. Accettare la mitologia familiare così com’è significa diventare complici di un meccanismo dannoso per i posteri.

Questo è, a tutti gli effetti, un romanzo di inseguimenti che forse per la prima volta si compiono: l’inseguimento di una verità che era sempre stata nascosta, della bisnonna e di una traccia in continua trasformazione, che veniva a galla man mano che l’autrice procedeva con le ricerche.

In questo percorso, la verità storica viene costantemente negata e osteggiata dalla mitologia familiare, che agisce come il vero e proprio “coro” del romanzo.

Mentre la voce narrante si interroga su chi fosse Venera, sul perché del manicomio e su come si sopravvivesse in un posto del genere, la mitologia familiare interviene negando.

L’autrice dimostra che il rimosso crea in realtà catene attraverso le generazioni, al contrario, saper vedere e osservare il passato, guardarlo anche mentre si vive il presente, è l’unico modo per spezzare quel “cappio”, creare libertà e sfuggire al proprio destino.

Per spiegare questo concetto, Nadia Terranova fa riferimento alla psicogeneaologia, la disciplina che studia come i traumi familiari si tramandino di generazione in generazione.

Secondo questi studi, quando in famiglia viene occultato un episodio doloroso, il silenzio si perpetua anche quando la memoria del fatto si è ormai estinta. Ciò che resta è il peso dell’omissione che, nel tempo, arriva a un punto di tale indicibilità da diventare una ferita ormai impossibile da risanare.

Le figure maschili: il peso di una scelta

Nel romanzo emerge con forza anche la figura dei padri, divisi tra presenze e assenze. Tra tutti spicca il marito di Venera, un granatiere. Un personaggio maschile denso, interessante e ricco di contraddizioni.

Quando Venera crolla psicologicamente, quest’uomo comprende la sua fragilità e cerca in tutti i modi di fare la differenza, decidendo per il suo internamento. Davanti a una sofferenza che non sa come curare, l’uomo vede nel ricovero l’unica salvezza possibile per la moglie.

Questa scelta non nasce dalla crudeltà, ma da una forma disperata di protezione in un’epoca difficile, in cui la società e la politica chiedevano all’uomo di avere il pugno di ferro.

Tuttavia, dopo appena undici giorni decise di andare a riprenderla consapevole del fatto che, a quel tempo, i manicomi erano strutture durissime, simili a dei lager. Erano luoghi di costrizione dove i pazienti venivano persino legati. Una realtà violenta che sarebbe cambiata solo molti anni dopo con la legge Basaglia.

Cresciuta circondata da donne a causa di una figura maschile assente, Nadia Terranova ha confessato di aver potuto approcciare e conoscere il maschile soprattutto scrivendone, trovando una forma di conoscenza del femminile proprio attraverso il confronto con l’altro.

All’inizio del lavoro, l’autrice credeva che con la sua indagine sarebbe riuscita a smontare del tutto la verità che le veniva raccontata dalla mitologia familiare.

Ogni volta che scriveva e scopriva qualcosa, però, si rendeva conto che né quello che aveva scoperto con le sue ricerche né il racconto tradizionale della famiglia era del tutto sbagliato.

Di fronte alla complessità di figure come quella del granatiere, l’autrice ha preferito quindi mantenere una pluralità di verità, guardando a essa come a qualcosa di fluido e in continuo cambiamento.

Il significato dei numeri: coincidenze o appuntamenti con il destino?

Un altro aspetto affascinante riguarda l’architettura sotterranea del romanzo, scandita dalla numerologia che intreccia la pagina scritta alla vita reale di Terranova.

Nel libro infatti, ricorrono diversi numeri che hanno avuto importanza nella vita dell’autrice:

  • il 2 che evoca la dualità e il rispecchiamento tra Nadia e Venera o tra Nadia e sua figlia
  • il 3 legato al mese di marzo, mese in cui nella vita dell’autrice si verificano spesso dei cambiamenti importanti
  • il 37 che si rivela un vero e proprio “numero di soglia”. È a 37 anni, infatti, che Venera viene internata, è l’età in cui muore il padre dell’autrice ed è l’età in cui lei pubblica il suo primo romanzo

«Che valore ha il numero nel tuo romanzo? Quando diventa destino e quando invece è semplicemente qualcosa che ci raccontiamo?»

Sollecitata da questa domanda posta dalla moderatrice, Terranova ha rifiutato l’idea di una condanna familiare. Per l’autrice, i numeri non sono una maledizione da subire, ma spie che offrono un’opportunità: suggeriscono informazioni, invitano a prestare attenzione a ciò che accade.

Questo alfabeto misterioso condivide lo stesso spazio dei sogni, definiti dalla scrittrice come “una parte di linguaggio che non abbiamo ancora messo a fuoco.
Terranova ha confessato che, per tutta la durata della stesura, ha iniziato a sognare la bisnonna Venera, mai conosciuta in vita.

«Quei sogni sono cessati improvvisamente nel momento in cui l’ultima pagina è stata scritta. La bisnonna aveva terminato di parlarle e la scrittura, dal canto suo, aveva dato forma ad un messaggio profondo, assolvendo al suo compito più alto».


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La scrittura per Nadia Terranova: un mezzo per riaprire le ferite e curarle

A conclusione di questo intenso incontro con Nadia Terranova, l’ultima domanda della professoressa Greco ha emozionato i presenti in sala:

«C’è un momento in cui la scrittura, anziché essere terapeutica, riapre delle ferite o addirittura le crea?»

La risposta dell’autrice svela il senso profondo di tutto il suo lavoro, toccando le corde più intime del pubblico.
Secondo Terranova, infatti, la riapertura di una ferita, corrisponde con l’inizio di una reale guarigione.

Quando decide di dare voce ai traumi del passato, l’autrice accetta di riaprire vecchie cicatrici. Il tempo ha chiuso quei dolori, ma la pagina scritta permette di riguardarli e di ripercorrere la storia con occhi nuovi.

«Si tratta di un processo faticoso e spesso doloroso: anche se la stesura comporta momenti di sofferenza, alla fine emerge sempre qualcosa di buono.
La scrittura diventa così quella crepa necessaria da cui, finalmente, entra la luce
».

Guardare al passato per ritrovare sé stessi

L’incontro con Nadia Terranova ci lascia così una lezione preziosa. Esplorare il passato, anche attraverso il dolore, è l’unico modo per:

  • fare pace con la nostra storia: accettando anche i lati più oscuri o taciuti della nostra famiglia
  • rompere i silenzi di ieri: trasformandoli finalmente in una memoria condivisa e accessibile
  • trovare una nuova forma di libertà: perché solo conoscendo le nostre radici possiamo decidere chi essere

L'autore Elisa Caprari 12 articoli pubblicati

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