Brand Activism: aziende di valore che creano valore

C’era una volta il lavoro, e poi c’era la vita privata. Complice la pandemia, questa linea di separazione è completamente superata. Se già i confini erano molto labili, a partire dal 2020 lavoro e vita privata si sono mescolati e capire dove finisce uno e inizia l’altro è diventato sempre più complesso. Questo tema è tutt’oggi argomento di dibattito. Ma, se per i dipendenti è sempre più complesso non rispondere alle mail durante il weekend o spegnere il telefono per godere del proprio tempo libero, per le aziende è altresì importante dimostrare di avere a cuore i propri dipendenti, e anche le loro vite private e personali. Questo si chiama brand activism e molte grandi aziende lo stanno sperimentando.

Cos’è il brand activism?

Si parla di Brand Activism per identificare la presa di posizione e sostegno, da parte di un’azienda o un brand, a cause sociali, politiche o di natura socio culturale. In Marketing, se ne parla per la prima volta in “Brand Activism. From purpose to action” (2018), di Philip Kotler e Christian Sarkar, libro in cui emerge proprio la connotazione puramente sociale del fenomeno. 

Il brand activism però, nel 2022, non si limita a esprimere sostegno verso cause sociali. Non sarebbe sufficiente, infatti, un comunicato stampa che formalizzi il pensiero di un’azienda. La società odierna ha bisogno di dimostrazioni, così come i dipendenti hanno necessità di toccare con mano i valori delle aziende per cui lavorano.

Il brand activism nel 2022: dare valore ai diritti

Forse capita che non sempre ci si senta rappresentati dalle istituzioni del paese in cui si è nati o in cui si sceglie di vivere. Non sempre si è d’accordo con quanto le istituzioni scelgono per i propri cittadini; ma allora chi ha il potere di fare qualcosa, perché dovrebbe tirarsi indietro? 

È esattamente ciò che hanno fatto aziende come Amazon, Patagonia, Meta, Apple, Microsoft, e non solo: si sono fatte portavoce non solo di un problema sociale e politico, ma hanno attivato politiche interne per supportare i propri dipendenti.

Amazon, Meta, Apple, Microsoft e Patagonia in difesa del diritto all’aborto

È stata notizia degli ultimi mesi (maggio 2022): negli USA il diritto all’aborto non è più garantito. Questo ha scatenato la delusione di molti cittadini e, per tutelare la salute fisica e mentale delle proprie dipendenti, le note aziende hanno preso una posizione. Per dare un vero segno di azione, le aziende hanno proposto politiche interne che prevedono il “pagamento delle spese di viaggio, alloggio e procedure nel caso le dipendenti debbano recarsi in un altro Stato federato per porre fine a una gravidanza”. Queste sono le dichiarazioni di Patagonia che ha aggiunto di impegnarsi a pagare la cauzione per il rilascio delle proprie dipendenti, in caso di arresto durante le proteste, per tutelare il diritto all’aborto.


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Difendere i diritti: aziende che fanno la differenza

In un contesto sociale in cui la scelta del lavoro non è più supportata solo e puramente da parametri economici, essere dipendenti di un’azienda che difende i diritti inalienabili di ognuno di noi fa la differenza. 

In questo caso non si tratta solo di azioni pubblicitarie mirate, campagne costruite ad hoc per aumentare le vendite: si tratta di diritti umani. 


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Brand activism: pubblicità o impegno reale?

Il dubbio che si mette in moto nella mente di ognuno è sempre lo stesso: ma lo faranno a scopo pubblicitario o si tratta di un impegno reale e concreto?

Quello di Amazon, Meta, Patagonia, Apple, e altri grandi colossi, è il tipo di brand activism a cui ogni impresa dovrebbe ispirarsi, per costruire le fondamenta di un’azienda che sostenga i propri dipendenti. Questo non vale solo per il diritto all’aborto, bensì per tutti quei diritti umani e di eguaglianza che, giorno dopo giorno, andrebbero salvaguardati. 

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