Il Mito di Andy Warhol: l’Arte è Consumo

“Se volete sapere tutto su Andy Warhol basta guardare alla superficie dei miei dipinti e di me stesso: io sono lì. Non c’è niente dietro.”

 

La nostalgia del presente, l’attrazione verso la decadenza dal sapore letterario, la tensione verso l’estremo, il mistero non già proprio di ciò che non si è mai visto, ma di ciò che è abitudine. Di Andy Warhol – o, meglio, del personaggio Warhol – a lungo si è discusso, litigato e polemizzato; ma indubbiamente questo piccolo/grande uomo stravagante, che fu in grado di imporsi come icona di un’epoca, fino ad elevarsi al medesimo livello dei personaggi e degli status symbol che tanto ammirava, ebbe la capacità di “trasformare la vita in arte e l’arte in vita” (cit.) con tale poliedricità e acutezza da risultare pressoché indecifrabile ai più.

Il ‘900, d’altronde, è saturo di figure emblematiche che attraverso la propria arte hanno saputo valorizzare tutte le inquietudini e le angosce di un’epoca perlopiù infelice, segnata da grandi cambiamenti storici e di costume che tuttora influenzano lo sviluppo dell’arte contemporanea.

Il cosiddetto “secolo americano”, segnato dal boom economico e dalle ferite mai cicatrizzate delle due guerre mondiali, è caratterizzato da un senso di vuoto e insoddisfazione – già ben riprodotto da Toulouse Lautréc, Van Gogh e altri pittori del tardo ottocento romantico – che non interessa esclusivamente gli intellettuali del tempo, ma l’intera popolazione.

 

Serigrafie di Twiggy

 

Andy Warhol è di certo uno degli artisti più fragili dell’arte moderna, fragilità che lo accompagnerà per tutta la vita. Il legame fortissimo con la madre lo porta a sviluppare una sensibilità acuta e un carattere timido e introverso; tuttavia, il suo terrore cieco per la morte lo porterà a circondarsi costantemente di persone e a frequentare i locali più sfarzosi e lussuosi, dei quali diventerà ospite fisso. Il suo amore incondizionato verso il mondano e l’ostentazione dell’opulenza si rispecchia perfettamente nelle sue scelte artistiche: collaborerà a lungo con le riviste patinate, come Vogue e Harper’s Bazaar, sarà vetrinista dei negozi più alla moda del tempo, si cimenterà addirittura nell’advertisement, ottenendo, così come Bert Stern prima di lui, un grandioso successo di pubblico e di critica. Perfino i suoi dipinti prendono spunto da riproduzioni fumettistiche e immagini pubblicitarie, creazioni che, più tardi, lo consacreranno come una delle icone indiscusse della nascente Pop Art. Negli sfavillanti anni Sessanta diventerà, insieme a personaggi come Twiggy, Jean Shrimpton e i Beatles, una divinità della cultura popolare, in cui “stile” è la parola d’ordine.

 

andy warhol
Andy Warhol con una delle sue muse, Edie Sedgwick.

L’arte serigrafica da lui introdotta – ricordiamo le celebri riproduzioni quasi macchiettistiche di una Marilyn stravolta dai colori – diviene merce di consumo. La magia è compiuta: l’arte non è più riservata a pochi eletti, ma liberamente godibile dalle masse. La creatività si fonde con il commercio. Come egli stesso affermerà, “fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti”. L’arte classica è ormai obsoleta, la neo-arte è in grado di ricrearsi costantemente e con grande acume: dalle pennellate che paiono schiaffi sulla tela, al dripping, al monocromo, al readymade. In modo quasi dannunziano, l’oggetto si trasforma in decorazione, viene privato del suo significato, appiattito, standardizzato. Ogni cosa è osservata a distanza, con freddezza e cinismo, dalla bandiera americana alla sedia elettrica. “Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero” dice Warhol, “mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone. Liz Taylor lo sa, lo sa il Presidente, lo sa il barbone e lo sai anche tu.”

 

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