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Doggy bag: da tabù a scelta sostenibile
Mentre stai leggendo questo articolo, da qualche parte in Italia sta per aprire l’ennesimo All You Can Eat. Abbondanza spasmodica, avida fagocitazione e sbrodolate imbarazzanti invadono i nostri feed di Instagram e non, ma c’è una svolta: la doggy bag.
Siamo nell’epoca del food porn. È davvero questa la cultura del cibo che vogliamo? A questa abbondanza estrema si accompagna inevitabilmente un concetto tutt’altro che positivo: lo spreco alimentare. Eppure uno strumento – tanto scontato quanto ignorato – per contrastarlo, almeno fuori casa, esiste già da molto tempo: la doggy bag.

Doggy bag: significato, origine e perché se ne parla oggi
Come si può dedurre dal nome, la doggy bag (sacchetto per il cane) è il cosiddetto contenitore degli avanzi del ristorante destinato in teoria all’amato animale domestico.
Tuttavia, questo nome è un escamotage dietro cui si cela il disagio di dover chiedere di portar via il cibo non consumato al ristorante che altrimenti andrebbe buttato. Uno stigma che, nonostante le tendenze recenti più attente alla sostenibilità e alla cucina anti-spreco, ci portiamo ancora dietro.
Come e dove nasce la doggy bag
L’usanza della doggy bag nasce negli Stati Uniti degli anni ’40 quando l’idea portar via il cibo non consumato risultava una mossa smart promossa proprio dai ristoratori. Tuttavia, questo fenomeno in Italia non è mai davvero decollato concretamente perché ritenuto poco elegante e di cattivo gusto. È ancora così oggi?
“La doggy bag è il cosiddetto contenitore degli avanzi del ristorante destinato in teoria all’amato animale domestico”
Perché la doggy bag non riguarda solo gli avanzi
L’Italia sta vivendo uno dei più grandi paradossi dell’epoca contemporanea: al costante desiderio dell’abbondanza corrisponde una crescente insicurezza alimentare.
I dati del Rapporto Waste Watcher 2026 parlano chiaro: l’Italia è uno dei paesi con il più alto spreco alimentare e al contempo con povertà alimentare in crescita.
In questo contesto, l’utilizzo della doggy bag non solo favorirebbe concretamente a ridurre (almeno fuori casa) lo spreco alimentare, altresì rappresenterebbe indubbiamente un gesto di responsabilità, solidarietà e rispetto.
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Doggy bag: tendenze, sostenibilità e normativa in Italia
Una pratica tutta statunitense che in Italia funziona ancora così così. I risultati di un’indagine di Fipe-Confcommercio e Comieco condotta nel 2024 ci dicono che, nonostante il 74% degli italiani sia favorevole all’utilizzo della doggy bag, solo il 15,5% dei consumatori chiede effettivamente di portar via gli avanzi dal ristorante.
Eppure, qualcosa sta cambiando.

Da tabù a gesto accettato: la Family Bag e il Rimpiattino
Alcuni piccoli segnali di miglioramento, seppure timidi, si sono fatti strada negli ultimi anni. Nel 2015 ci pensa il ministero dell’Ambiente promuovendo il progetto pilota Family Bag sfruttando la risonanza di Expo Milano.
Un’altra iniziativa è quella di Fipe-Confcommercio che prende, invece, il nome di Rimpiattino, con l’obiettivo di valorizzare la cultura tutta italiana del recupero anche in cucina.
“Non è solo il nome a cambiare, ma stiamo assistendo a una vera e propria evoluzione semantica. Finalmente il sentimento di imbarazzo viene messo da parte per promuovere il più profondo valore etico legato a questa pratica virtuosa ancora poco diffusa.”
Spreco alimentare e Legge Gadda
Nel 2016 entra in vigore la Legge Gadda (166/2016) con l’obiettivo (tra i tanti proposti) di incentivare e promuovere il recupero delle eccedenze alimentari e, di conseguenza, ridurre gli sprechi.
In questo contesto, la doggy bag diventa ufficialmente un diritto del consumatore. Il rovescio della medaglia? Sebbene in Paesi come Francia e Spagna da anni sia obbligatorio fornire il contenitore dell’asporto al ristorante, in Italia non è stata ancora approvata una legge che regolamenti questo aspetto nello specifico.
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Il futuro della doggy bag nella ristorazione
Sia a livello normativo che a livello culturale si registrano notevoli miglioramenti, ma c’è ancora molta strada da fare.
Oggi il messaggio che si vuole far passare è chiaro: chiedere o offrire il contenitore per l’asporto al ristorante non può e non deve più essere un segno di scarsa educazione o di vergogna, ma di consapevolezza da parte del consumatore e del ristoratore.
E questo non vale solo per il cibo.

Non solo cibo: la wine bag contro l’avanzo del vino
Il concetto di recupero vale anche per il vino, spesso lasciato a tavola a fine pasto perché non si vuole esagerare prima di mettersi alla guida. In quest’ottica sono molti i ristoranti che hanno finalmente normalizzato anche il gesto di portar via la bottiglia ordinata se il cliente non l’ha terminata.
Un esempio virtuoso è quello di Signorvino, dove il cliente può richiedere un tappo e una shopper per portar via la bottiglia e continuare a godersela a casa. Il concetto di base resta lo stesso: dare valore a un prodotto non consumato che rischia, quindi, di essere sprecato.
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Perché la doggy bag è un gesto di valore
Che si tratti di cibo o di vino, la pratica della doggy bag rientra nel più ampio discorso di sostenibilità, ma è anche e soprattutto un gesto di riconoscimento e di valore.
Basterebbe ricordarsi che ogni piatto o bottiglia ordinata al ristorante è il risultato di un rapporto tra risorse, energie e competenze.
Decidere di portar via ciò che non si è consumato passa dall’essere un imbarazzante richiesta a un gesto di rispetto verso produttori, ristoratori e sé stessi in quanto consumatori.




