17 Luglio 2024 14:52

Ho guardato «Tredici», la nuova produzione Netflix tratta dal romanzo di Jay Asher che sta riscuotendo enorme successo, tanto da aver ispirato una petizione su change.org al fine di renderne obbligatoria la visione nelle scuole. Mah. La serie, nella sua indiscutibile efficacia, mi ha terribilmente richiamato alla memoria O.C., la fantomatica sit-com ormai dello scorso decennio che ha segnato l’adolescenza di molti di noi: presente e passato. E presente e passato (non solo delle serie tv) si mescolano in questa nuova produzione, che sembra essere votata a una commistione dei tempi, già a partire dal prologo: un pacco di musicassette (un oggetto del passato) consegnato – nel presente – al protagonista ma inviato – nel passato – da una ragazza che si è tolta la vita (per ragioni che devono essere spiegate nel presente). Ed ecco che l’arco temporale fra i due momenti – la conoscenza di ciò che non viene ancora detto – diviene il motore narrativo dell’intera serie.

Al di là delle vicende adolescenziali raccontate, chiaramente stereotipate e cosparse di una patina di melodrammatico surrealismo a tratti addirittura grottesco – l’high school è un must delle serie americane –, l’ingrediente principale è, ancora una volta, l’elemento disturbante (in questo caso il suicidio) che rompe gli equilibri della comunità avviando una serie di eventi volti a ristabilire l’ordine, che di volta in volta si ritroverà sconvolto. La ricetta non è nuova, e Lynch ce lo ricorda con Twin Peaks.

 Tuttavia, le Tredici e O.C. si differenziano sotto diversi aspetti, rendendo la prima un’autentica testimonianza della metamorfosi di stili e linguaggi propriamente formali del passaggio da una produzione pensata per la televisione a una per il Web (e celebrando ufficialmente Netflix come capofila per le produzioni seriali del prossimo decennio). Pensiamo all’esasperata spinta al binge watching affidata al personaggio di Tony (emblema dell’ambiguità della storia). Sono le sue battute velate, gridate in faccia allo spettatore-Clay, a creare quella nuova suspance, quella ‘curiosità selvaggia, il cui obiettivo non è più quello di terrificare, bensì di far rimanere incollati allo schermo cliccando l’episodio successivo. O alla ferita sulla fronte del protagonista, un autentico ‘segnalibro’ per lo spettatore disorientato fra i continui salti temporali con i quali presente e passato si mescolano inestricabilmente. O ancora alla struttura «a tappe» che caratterizza sia la l’organizzazione degli episodi (cassetta 1, lato A; cassetta 1, lato B etc.) sia la progressione narrativa (dalle singole storie ‘in cassetta’ alle istruzioni di movimento della voce di Hannah per scoprire la verità), rendendo la fruizione ‘giocosa’ e, di conseguenza, ancora più invitante.

«Tredici» è una serie fra tante, ma è già la nuova era delle serie, quella in cui forma e contenuto convergono a creare un’esperienza che vada al di là del mero intrattenimento, come l’instaurazione di una relazione con lo spettatore.

E non è un caso che «Tredici» tratti di bullismo, negli anni di Gomorra e delle baby-gang di periferia. L’escamotage delle musicassette, rivolte solo apparentemente ai personaggi, interrogano gli spettatori in prima persona e li costringono a una riflessione e a una presa di consapevolezza che rappresenta sicuramente uno dei primi obiettivi della produzione.

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