14 Luglio 2024 19:00

Titanic di qua, Titanic di là. Per noi ‘over 20’ il Titanic ci ha ossessionato, divertito e fatto innamorare: ormai il suo significato è «Cameron, 1997», Jack e Rose abbracciati in prua con lo sguardo all’orizzonte. Titanic ci ricorda i tempi idilliaci dell’infanzia e dell’adolescenza e a parte del nostro immaginario e della nostra cultura – come ogni film cult che si rispetti – veicolando significati di cui non siamo neanche completamente a conoscenza. A questo proposito consiglierei a tutti coloro che saranno a Torino fino al 25 giugno di farsi un giro al «Titanic. The artifact exhibition», la mostra immersiva allestita alla Società Promotrice delle Belle Arti all’interno del Parco del Valentino.

Lasciamo perdere i vari egocentrismi delle foto-ricordo protagonistiche, immancabili per esigenze di profitto, persino al povero Di Caprio è concesso un ignorabile manifesto pubblicitario che stride alquanto con il contesto generale. La mostra è degna di nota perché trasforma lo spettatore in passeggero, rinunciando alle tecnologie immersive della realtà virtuale e immergendo concretamente lo spettatore negli ambienti ricostruiti del transatlantico.

La mostra del Titanic è infatti la mostra dei suoi passeggeri. Poco spazio è destinato alle informazioni tecniche e ingegneristiche, mentre abbondano le biografie, le fotografie, gli oggetti personali, i racconti e le descrizioni delle attività quotidiane, che fanno intuire lo spirito del tempo. I passeggeri del Titanic alla fin fine siamo noi, e non c’è dubbio che quest’immedesimazione renda empatici. E poi parla di migrazioni, il grande tema del mondo contemporaneo, ed è inevitabile non ripensarci una volta usciti. Oggi, come allora, con lo stesso desiderio di riscatto.

Ci interpella, proprio perché non ha niente a che fare la cinematografia e – benché sia inevitabile ricercare e trovare delle similitudini, dalla costruzione tecnica alla somiglianza degli attori con i vari capitani e costruttori – l’intera esposizione fa leva su un aspetto che, soprattutto noi ragazzi, credevamo di aver dimenticato. Come il relitto della nave, destinato a scomparire nel giro di 40-90 anni, eroso dal tempo, anche i suoi passeggeri attraversano il tempo: riusciremo allora – non come ‘spettatori’, ma come protagonisti del nostro tempo – a salire sulla ‘nave che affonda’ e salvarla dalla tragedia immanente? Noi giovani passeggeri non siamo fatti di ferro e abbiamo la possibilità di lasciare un segno.

 

 

 

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