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L’Odissea di Nolan tradisce Omero?
O forse la domanda dovrebbe essere un’altra: “cosa ci aspettiamo davvero da un adattamento cinematografico?”.
Aspettavo l’uscita dell’Odissea di Nolan da più o meno un anno. L’aspettavo talmente tanto che ho lasciato che le critiche che l’hanno preceduta non mi hanno minimamente scalfito. Sono entrata in sala emozionata come una bambina alle giostre e ne sono uscita assolutamente soddisfatta. Dico così perché Nolan ha riproposto pedissequamente tutti gli avvenimenti dell’Odissea così come il mito vuole? Assolutamente no, ma è proprio per questo che il film mi è piaciuto.

L’Odissea di Nolan e il mito di un’opera (im)mutabile
L’Odissea di Nolan ( The Odyssey, in originale) è stata da subito presa di mira sul web da chi sosteneva, dopo aver visto il trailer, che fosse troppo poco fedele all’opera originale.
Tra le critiche che mi vengono in mente, in ordine sparso, troviamo il fatto che le armature non fossero storicamente attendibili, che Elena di Sparta, divenuta poi “Elena di Troia” fosse interpretata da Lupita Nyong’o, un’attrice origini kenyote, pertanto scura di pelle, che Elliott Page, attore transgender, interpretasse Achille (spoiler: non è così) e la lista potrebbe continuare. A dire la verità, nessuna di queste cose mi è parsa davvero importante nel momento in cui bisognava valutare il film. La ragione risiede nel fatto che l’Odissea non è un romanzo scritto da un autore (o un’autrice) ottocentesco. Non è stata concepita a lume di candela, su fogli sparsi in un viaggio in treno o in una soffitta parigina.

Al contrario, rielabora racconti appartenenti a una tradizione orale molto più antica, risalente a più di 2700 anni fa. È plausibile che prima di esser messi per iscritto questi miti siano stati oggetto di modifiche, versioni differenti, correzioni e incoerenze. L’Odissea è un’opera più mutabile di quello che pensiamo. E quando si dice che l’Odissea di Nolan ha tradito Omero mi viene da sorridere perché… forse Omero non è mai esistito.
Chi era Omero, l’autore dell’Odissea?
Ritengo che sia importante soffermarci un attimo su questo punto perché ci aiuta a mettere tutto in prospettiva. Chi era Omero? La verità è che non lo sappiamo. Tutto ciò che sappiamo è che la tradizione antica attribuisce a un poeta di nome Omero la composizione dell’Iliade e dell’Odissea, ma le notizie sulla sua vita sono avvolte dalla leggenda.
Infatti, le biografie giunte fino a noi sono considerate racconti romanzati più che testimonianze storiche. Sarebbe bello e molto poetico pensare che un tempo, a circa metà dell’VIII secolo a.C., signore cieco abbia composto dei poemi tanto belli, alla base della civiltà occidentale.
Di fatto, quella che oggi conosciamo come “la questione omerica“, raccoglie una serie di interrogativi, che potremmo riassumere così: da una parte, gli studiosi pensano che un poeta che abbia messo i miti per iscritto sia davvero esistito. Dall’altra parte, c’è chi pensa che l’Iliade e Odissea siano il risultato di racconti tramandati da generazioni di cantori e rapsodi, solo successivamente fissati per iscritto. Omero potrebbe quindi essere stato un poeta realmente esistito o persino una figura simbolica dietro cui si cela un lavoro collettivo. In quest’ottica l’Odissea di Nolan è solo un altro tassello di una storia che continua a essere riscritta.
Se vi interessa l’argomento, vi consiglio un podcast davvero ben fatto, Come inizia l’Odissea, narrato da Luca Misculin, giornalista de Il Post.
Ogni epoca ha il suo Ulisse
Christopher Nolan sarà anche il primo regista ad aver girato tutta l’Odissea in IMAX 70 mm, ma certamente non è il primo ad averla adattata. Uno dei primissimi adattamenti è Ulisse del 1954, regia di Mario Camerini e Kirk Douglas nei panni dell’eroe greco. A oggi è l’ottavo film italiano più visto di sempre ma di sicuro non si può dire che fosse esente da libertà narrative e cambiamenti rispetto alla trama originale. Da qui sono seguiti tanti altri adattamenti cinematografici, dalla serie Odissea (1968) di Franco Rossi a Itaca – Il ritorno (2024) di Uberto Pasolini.

Ma l’influenza dell’Odissea va ben oltre gli adattamenti diretti. Il viaggio di Ulisse ha ispirato opere diversissime tra loro, dal romanzo Ulisse di James Joyce fino a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
Tra le reinterpretazioni italiane più celebri dell’eroe greco c’è quella di Dante nella Divina Commedia, che affida all’eroe alcuni dei versi più iconici della letteratura italiana: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”. Dante rende Ulisse il simbolo della tensione del genere umano verso la conoscenza e la voglia di scoperta, e oggi questa riscrittura è considerata uno dei momenti più alti della letteratura italiana.
“Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” Canto XXVI dell’Inferno, Dante Alighieri”
L’Odissea di Nolan ci mostra un Ulisse diverso
Già prima di entrare in sala non mi aspettavo un adattamento fedele dell’opera originale, ma ero comunque curiosa di vedere come Nolan l’avesse fatta sua. Posso dire che la visione del film non ha tradito questa mia aspettativa. Lo dico subito: mentirei se dicessi che mi ha entusiasmato da subito o che la sposo completamente. Tuttavia, il punto non è nemmeno questo: il punto è che Nolan ci dà un’interpretazione originale dei fatti. Mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti che non avevo mai contemplato quando studiavo l’Odissea durante l’ora di epica alle medie e alle superiori.
Io sapevo che Ulisse era l’eroe più scaltro di tutti, astuto, desideroso di conoscere il mondo. Ho sempre associato Ulisse a un “viaggiatore” ante litteram, nel senso di qualcuno che viaggia per piacere e non per dovere. Non ritengo assolutamente che questa sia una corretta interpretazione, era solo il mio modo di vederla. Io ho sempre un po’ sognato di vivere le sue avventure, viaggiando su una nave per tutto il Mediterraneo.
Ulisse è anche un uomo del suo tempo, orgoglioso, superbo, che non si fa scrupoli a uccidere i Troiani per poter vincere la guerra e a commettere altre atrocità.

Nolan, invece, ci mostra Ulisse come un uomo vittima del suo stesso ingegno, che prova un senso di colpa impossibile da mettere a tacere e che gli impedisce di tornare a casa. In questo mondo di “magia apparente”, come ci suggerisce Nolan fin dall’inizio, forse a tenere lontano l’eroe greco dalla sua Itaca non sono gli dèi, ma sono Ulisse stesso e i rimorsi che lo perseguitano.
“Ulisse è anche un uomo del suo tempo, orgoglioso, superbo, che non si fa scrupoli a uccidere i Troiani per poter vincere la guerra e a commettere altre atrocità.”
Un adattamento non serve a conservare un’opera, ma a farla vivere
Ovviamente sono in tanti, almeno da quello che ho potuto vedere sul web, che si sono lamentati di questa scelta. C’è chi vede in Ulisse un’altra versione di Oppenheimer, c’è chi sostiene che questa sia una versione che tradisce l’originale perché è improbabile che Ulisse potesse avere sensi di colpa per ciò che aveva fatto.
Io non voglio entrare nel merito di queste critiche perché non ne ricaveremmo niente di davvero costruttivo. L’Odissea di Nolan può piacere o non piacere, o convincere solo in parte, ma ciò che bisogna tenere a mente è sempre una: l’obiettivo di un adattamento.
Quando un autore (o un’autrice) sceglie di adattare un’opera preesistente non lo fa necessariamente con l’intento di riprodurla 1:1 in un nuovo medium. O meglio, potrebbe farlo, ma per me un adattamento funziona quando l’opera originale viene riproposta in modo da renderla più attuale e comprensibile al pubblico contemporaneo, per darci una nuova chiave di lettura.

Ecco perché la versione in cui Ulisse non torna a Itaca perché non se la sente, è attanagliato dai sensi di colpa e non riesce a guardarsi allo specchio potrebbe non essere quella più fedele all’originale, ma ci parla in una lingua che comprendiamo meglio. Ci fa riflettere su temi diversi da quelli che ci hanno insegnato o comunque ci pone davanti a un grande: e se le cose fossero andate così?
Dopotutto, i miti da sempre sono racconti fatti di personaggi e vicende in cui si intrecciano fenomeni sovrannaturali per riflettere su interrogativi profondamente umani. Un buon adattamento non riproduce solo un’opera, la fa vivere nell’epoca in cui viene raccontata e cerca di dare altre risposte a un pubblico diverso.
“Ci fa riflettere su temi diversi da quelli che ci hanno insegnato o comunque ci pone davanti a un grande: e se le cose fossero andate così?”
Travis Scott è l’aedo del XXI secolo
Per finire, non potevo non citare una delle soluzioni narrative che più mi sono piaciute dell’Odissea di Nolan: far raccontare la storia della caduta di Troia e delle peripezie di Ulisse a un aedo dei nostri giorni, il rapper Travis Scott.
Può sembrare una banalità, ma ho apprezzato tantissimo come il regista abbia scelto un cantastorie dei tempi moderni, abituato raccontare delle vicende in rima, per narrarne una scritta originariamente in versi.
L’Odissea di Nolan tradisce Omero o continua la tradizione?
Arrivando al termine di questa riflessione, la risposta che sento di dare alla domanda che dà il titolo al pezzo è: no, l’Odissea di Nolan non tradisce Omero, al contrario. Nolan ci propone la sua visione, che come ho detto sopra, può piacere come no, ma sicuramente apporta un nuovo tassello alla storia.
Per me è stato bello rivedere il mito di Ulisse sul grande schermo, sentire che la sua storia è rimasta racchiusa nei libri di epica, ma al contrario è ancora viva e ha ancora molto da raccontare. Forse un mito smette davvero di vivere non quando qualcuno lo riscrive, ma quando nessuno sente più il bisogno di raccontarlo.




