PEGI e videogiochi: cambiano le regole
Gaming 29 Giugno 2026

PEGI e videogiochi: cambiano le regole

Da giugno 2026 il sistema PEGI aggiorna le sue regole e introduce nuove categorie di classificazione legate ai rischi dell’interazione online.

L’industria del gaming sta vivendo la più grande rivoluzione degli ultimi decenni. E no, in questo caso non si sta parlando di miglioramenti grafici super realistici. Oggi gli occhi sono tutti puntati sul sistema PEGI (Pan European Game Information). Per la prima volta dal 2003, l’ente europeo sta mettendo in atto una riforma strutturale storica introducendo nuovi parametri di valutazione volti alla tutela dei giocatori più giovani.

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L’evoluzione del PEGI: perché i vecchi criteri non bastano più

Quando il sistema PEGI è nato, nel lontano 2003, l’universo dei videogiochi era diverso. All’epoca l’esperienza era per lo più circoscritta: si acquistava il titolo in negozio e si giocava offline.

Per questo motivo, la classificazione originale valutava principalmente i temi della narrazione: presenza di violenza, uso di sostanze, paura o linguaggio scurrile. Era una bussola utilissima per orientarsi nell’acquisto, ma tarata su un mondo che non esiste più.

Oggi il medium videoludico è cambiato radicalmente, e con esso il modo di fruirlo. L’esperienza di un giocatore non si limita più a seguire una storia su schermo o a completare le missioni proposte. Giocare oggi significa immergersi in mondi aperti e connessi a internet, tra interazioni con altri utenti e continui stimoli economici legati agli acquisti in-game.

I vecchi criteri, insomma, non riuscivano più a fotografare i veri pericoli. L’urgenza di introdurre nuove regole e classificazioni nasce proprio da qui. Lo scopo è quello di tutelare gli utenti, in particolare i minorenni, che si trovano esposti a meccanismi interattivi e psicologici complessi che vanno ben oltre la semplice violenza visiva.

Dal modello tedesco allo standard europeo

Nella stesura di queste nuove linee guida regolamentari, il direttore del PEGI, Dirk Bosmans, ha affermato di aver guardato con attenzione al modello tedesco. In Germania infatti, l’ente di classificazione nazionale (l’USK) già dal 2023 ha introdotto tali modifiche penalizzando i videogiochi che contengono meccanismi economici aggressivi.


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Dietro le quinte del rating: un sistema molto rigido

Come viene assegnato, all’atto pratico, il rating ad un videogioco?
Si tratta di un processo molto più immediato basato interamente sulla compilazione di un rigido questionario da parte degli sviluppatori prima del lancio del titolo.

Il test prevede domande specifiche sui contenuti e le meccaniche del videogioco sotto esame a cui l’azienda deve rispondere semplicemente Sì o No.

Le risposte determinano la fascia d’età in maniera matematica, senza lasciare spazio ad interpretazioni.

Successivamente al lancio sul mercato, un team di esaminatori indipendenti del PEGI analizza il materiale video (per i giochi in uscita nei negozi) o testa direttamente il videogioco (per quelli digitali) al fine di verificare che ciò che è stato dichiarato in fase di test corrisponda effettivamente ai contenuti del gioco.

Nel caso in cui si riscontrassero incongruenze, l’azienda potrebbe incorrere in sanzioni molto pesanti o, addirittura, il ritiro del gioco dal mercato in attesa di rivalutazione del rating.

Ecco cosa cambia concretamente sulle etichette PEGI

Per rispondere a questa evoluzione, l’ente europeo ha deciso di non limitarsi a una modifica superficiale, ma di introdurre nuove icone e criteri di controllo che valutano il cosiddetto rischio interattivo.

Se fino a oggi eravamo abituati a controllare i classici bollini storici del PEGI – quelli legati a violenza, sesso, paura, linguaggio scurrile, droghe, gioco d’azzardo, discriminazione e al generico “online” – la nuova regolamentazione cambia le carte in tavola.
In pratica, non si considera più soltanto il contenuto del videogioco ma ci si focalizza anche sulle dinamiche che il gioco propone all’utente.

Il focus si sposta così da cosa mostra il gioco a cosa fa il gioco: come incentiva gli utenti, come li spinge a spendere denaro, in che modo richiama l’attenzione del giocatore.

Dopo uno studio approfondito, questi nuovi pericoli legati alle funzionalità online sono stati raggruppati dall’ente in quattro macro-categorie, definite dall’ente interactive risk categories.

Vediamole insieme.

Acquisti in game e NFT: soglie PEGI 12 e PEGI 18

Questa prima classificazione riguarda le transazioni dirette.

  • PEGI 12 nel caso in cui il gioco metta a disposizione oggetti o contenuti acquistabili con disponibilità limitata
  • PEGI 18 nel caso in cui vengano integrati meccanismi di NFT o tecnologia blockchain

Paid Random Items: oggetti casuali a pagamento

Nella categoria degli oggetti casuali a pagamento troviamo loot boxes, card pack e sistemi gacha. Questi sono definiti come premi o oggetti acquistabili in-game di beni digitali il cui contenuto viene svelato soltanto dopo l’acquisto. Tale dinamica determina automaticamente un PEGI 16.

Tuttavia, si arriva ad avere un PEGI 18 se gli oggetti trovati all’interno dei loot boxes possono essere scambiati, venduti o convertiti in denaro reale. Oppure ancora, nel caso in cui il meccanismo venga proposto visivamente con le dinamiche tipiche delle slot machine. Si vuole così evitare di incoraggiare esplicitamente il gioco d’azzardo.

Per saperne di più: la differenza tra i meccanismi a sorpresa

loot boxes, scatole di bottino. Sono scatole virtuali che contengono oggetti assortiti tra cui skin, animazioni o elementi estetici. Si trovano principalmente nei videogiochi d’azione
card pack o pacchetti di carte. Pacchetti di figurine o carte collezionabili che influenzano concretamente il gioco. Ad esempio, nei giochi sportivi, trovare il calciatore più forte fa migliorare la tua squadra
– sistemi gacha, un meccanismo tipico dei giochi gratuiti. Sfruttano la valuta del gioco (spesso comprata con soldi veri) per “omaggiarti” di un elemento casuale

EA Sports FC: Screenshot del reveal trailer di EA Sports FC (EA Sports) da YouTube.

Play-by-appointment: la pressione a giocare

Il descrittore chiamato play by appointment, tradotto ufficialmente dal sistema PEGI come obbligo di accesso al gioco, classifica la presenza di incentivi che richiamano l’attenzione costante del giocatore verso il gioco, spingendolo a connettersi.

Ne sono un esempio le missioni giornaliere e settimanali presenti in moltissimi giochi del momento. In questo caso il rating minimo è PEGI 7.

Il discorso cambia però se il mancato accesso al gioco comporta la perdita di progressi o premi stagionali legati ad eventi particolari. In questo caso la classificazione sale a PEGI 12.

Un meccanismo di questo tipo è dannoso per l’utente che si ritrova coinvolto, suo malgrado, in dinamiche manipolatorie.

Il rischio principale è lo sviluppo della cosiddetta FOMO (Fear Of Missing Out), ovvero la costante paura di essere tagliati fuori o di perdere un’opportunità digitale esclusiva.

Questa pressione psicologica costante altera il valore del gioco, che smette di essere un momento di svago e si trasforma in un dovere quotidiano, spianando la strada, nei casi peggiori, a una vera e propria dipendenza patologica dai videogiochi.

Di conseguenza, una regolamentazione più stringente per ciò che riguarda questo aspetto è, a mio avviso, necessaria e fondamentale soprattutto se si pensa ai giocatori più giovani.

Sicurezza delle interazioni online: scatta il PEGI 18

Infine, l’ultimo criterio è inerente alla tutela della community che interagisce online.

Se il videogioco consente di utilizzare chat testuali o vocali per avviare partite multiplayer con sistemi di matchmaking senza controlli particolari, né la possibilità di bloccare gli utenti, il descrittore gli attribuisce il PEGI 18.

È importante proteggere i minori da eventuali incontri sfortunati, vere e proprie minacce per il loro benessere psicologico.
L’obiettivo di un rating così alto è limitare l’esposizione di questi soggetti a fenomeni quali il cyberbullismo o le molestie online.

Come le dinamiche interattive sconvolgono il rating

Immaginate un videogioco con una grafica colorata, draghetti animati e atmosfere pensate per i bambini delle scuole elementari. Ora immaginate che sulla copertina di quel gioco campeggi un severo PEGI 16.

Il trailer ufficiale di Genshin Impact. Si noti come l’estetica cartoonesca e fantasy sia preceduta dal bollino PEGI 12 (destinato a cambiare) a causa delle dinamiche interne. Fonte: Canale Youtube di Playstation Italia

Questo scenario, apparentemente paradossale, è la fotografia di ciò che comporterà una rivoluzione così sostanziale nei regolamenti.

La spiegazione sta nel fatto che la combinazione di più parametri, a maggior ragione se tra questi compaiono quelli di “rischio interattivo”, potrebbe far cambiare drasticamente il rating di un videogioco, indipendentemente dal resto.

Se fino a ieri, l’impatto visivo di un videogioco bastava per classificarlo, oggi non è più così. Ecco quindi che un videogioco fantasy, adatto alle famiglie, con contenuti puliti, privi di violenza o contenuti paurosi, può subire un’impennata del rating tra PEGI 16 se introduce meccaniche di loot box.

Un esempio è rappresentato dal simulatore calcistico EA Sports FC: da punto di vista visivo si tratta solo una partita di calcio, un contenuto teoricamente PEGI 3. Tuttavia a causa della celebre modalità Ultimate Team e dei suoi pacchetti di carte a pagamento, le regole attuali lo spingono verso restrizioni molto più alte, ridefinendo così il concetto di accessibilità per i più giovani.


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Quali sono le conseguenze per gli sviluppatori?

Le nuove regolamentazioni, che entreranno in vigore molto presto, non colpiscono soltanto i videogiocatori ma anche, e forse in maniera più impattante, gli sviluppatori.

Le aziende produttrici ora si trovano costretti a fare una scelta strategica e commerciale di un certo peso. Finora infatti, questi meccanismi erano una miniera d’oro priva di conseguenze sul target di pubblico che, a sua volta, poteva decidere in autonomia se sfruttarli oppure no.

Ora le strade percorribili sono due:

  1. accettare un rating restrittivo mantenendo però i sistemi di monetizzazione che abbiamo elencato fino a questo momento
  2. ripensare al design del gioco eliminando le dinamiche manipolatorie e mantenere il gioco più pulito e quindi adatto anche ai più piccoli

In entrambi i casi, ci sono dei pro e dei contro da considerare. Entrambe le opzioni però portano ad uno stesso risultato: la perdita di un guadagno quasi certo.

Nella prima opzione, questa mancanza sarebbe dovuta ad una diminuzione degli utenti che acquistano il gioco, nella seconda opzione la perdita riguarda la rinuncia definitiva a quelle “miniere d’oro” digitali che garantivano entrate costanti ben oltre il prezzo di copertina del gioco.

La cosa migliore, probabilmente, sarebbe trovare un giusto compromesso. Insomma, bisogna ripensare al videogioco nella sua interezza: rimettendo al centro la qualità dell’esperienza di gioco.

È necessario quindi trovare nuovi mezzi di profitto, vitali per le aziende, che siano però rispettosi degli utenti. Solo così la riforma del PEGI smetterà di essere considerata uno spauracchio da temere, trasformandosi in una reale opportunità di tutela e consapevolezza per le famiglie.

L'autore Elisa Caprari 12 articoli pubblicati

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