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Il Diavolo veste Prada 2 e la crisi dell’editoria
Il Diavolo veste Prada 2 non parla di moda. Parla di giornalismo, della crisi che attraversa oggi l’editoria, della dittatura dell’algoritmo e di come interi settori stiano cambiando.
Era da più di un anno che aspettavo trepidante di vedere al cinema Il Diavolo veste Prada 2. Non vedevo l’ora di tornare a immergermi in un mondo glamour che non mi appartiene, sognare di indossare abiti che non posso permettermi e mettermi ancora una volta nei panni di Andrea Sachs, la nostra “taglia 42”. Ebbene, man mano che i minuti scorrevano, mi sono resa conto che il film non parlava di moda, bensì della crisi dell’editoria odierna. E sinceramente, me l’ha fatto apprezzare ancora di più.

Il Diavolo è tornato, ma non è più Miranda Priestly
Non voglio soffermarmi troppo sulla trama in sé del film, anche perché non voglio fare troppi spoiler, ma ne Il Diavolo veste Prada 2 torna quasi tutto il cast del primo film. Tra di essi, quindi, troviamo anche la famigerata Miranda Priestly, interpretata magistralmente (come sempre, del resto) da Meryl Streep. Una cosa salta subito all’occhio: anche se lei è tornata, è chiaro che non veste più i panni della “diavolessa” che era vent’anni prima. Il motivo è che il mondo attorno a lei è, di fatto, cambiato.
L’effetto nostalgia funziona, ma non per i motivi voluti
L’intento alla base di questo sequel era senza ombra di dubbio l’effetto nostalgia. Il primo capitolo, infatti, è uscito nel 2006, anno in cui grosso modo la maggior parte di noi millennials aveva un’età che oscillava tra la preadolescenza e la giovinezza, i vent’anni per intenderci. Io ricordo di averlo amato perché mostrava Parigi, la mia città preferita, e i vestiti di alta moda, che io non avrei mai potuto permettermi.
Questo secondo capitolo avrebbe dovuto parlare proprio a noi, per scatenare quell’effetto “oh mamma mia, quanto tempo!” e portarci al cinema in maniera automatica. E di fatto è stato così, peccato tutto sembra essere cambiato: dal mondo della moda a quello delle riviste cartacee in sé.
Com’è cambiato il mondo dell’editoria
Il fatto che vent’anni fa chi dirigeva un giornale come Runway (che nel mondo reale sappiamo essere Vogue America) aveva un potere enorme sulla scelta di cosa sarebbe stato di tendenza. Questo non solo nel mondo della moda, ma in qualsiasi ambito. I giornali avevano la funzione che in gergo si chiama di “gatekeeper“, letteralmente i guardiani del “portale” delle notizie. Erano i giornali, per lo più, a decidere che cosa doveva essere letto, che cosa avesse rilevanza e cosa no. Di conseguenza, possiamo facilmente intuire il potere che avevano le persone alla guida delle grandi testate. Miranda Priestly ne era un esempio lampante.

Questo potere ha cominciato a sgretolarsi già negli anni 2000, con la diffusione di internet e dei blog, che per la prima volta hanno permesso a chiunque di pubblicare senza passare per una redazione. È qui che in qualche modo si sono gettate le basi per la crisi dell’editoria. Tuttavia, è dagli anni 2010, con l’ascesa dei social media, che il cambiamento è diventato strutturale e irreversibile.
Il gatekeeper oggi non ha volto, ma ha un nome: è l’algoritmo. Un algoritmo che non tiene conto della linea editoriale, di una certa responsabilità di fronte al suo pubblico, ma solo delle metriche, i famosi insights.
La crisi dell’editoria che vediamo raccontata nel film è il ritratto di quello che sono oggi le redazioni.
Il gatekeeper oggi non ha volto, ma ha un nome: è l’algoritmo.
Il film ci racconta la crisi dell’editoria, ma non la risolve
Il Diavolo veste Prada 2 ci racconta la crisi dell’editoria, ma non propone un’effettiva soluzione a questo. Un po’ perché non era lo scopo del film, un po’ perché non c’è una vera e propria soluzione.
Nel film, il personaggio di Nigel, brillantemente interpretato da Stanley Tucci, racconta di come un tempo per realizzare dei servizi di moda di alta qualità gli veniva concesso un budget altissimo, mentre oggi non è più così. Parafrasando, ci racconta di come oggi quello che conta sono i click, i commenti, le visualizzazioni dei pezzi e non la qualità effettiva.

Oggi si scrive quello che vuole il pubblico
Il tema ritorna quando la nostra Andy scrive un articolo per risollevare le sorti della rivista, finita nell’occhio del ciclone mediatico per via di un servizio dedicato a un brand poco etico. Ora, io non sono una giornalista, ma da addetta del settore, mi è sembrato un modo di risolvere la crisi quantomeno semplicistico.
Un articolo? Per gestire la crisi? Avanguardia pura, avrebbe detto qualcuno.
Comunque, l’aspetto interessante è che Andy si rende conto di come nessuno sia davvero interessato al suo articolo, per quanto brillante. La sua intuizione (che arriva con un po’ di ritardo, bisogna dirlo) è che oggi i giornali devono scrivere di ciò che il pubblico vuole leggere. Solo questo fa cliccare e quindi aumenta le views. E chi è che decide che cosa vuole leggere il pubblico? Lo abbiamo detto sopra, l’algoritmo.
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Ci interessa davvero risolvere la crisi dell’editoria?
Leggendo un po’ online mi sono imbattuta nel pezzo “Il diavolo veste Prada 2” è un film sul giornalismo, ma parla di noi di Ludovica Taurisano in cui l’autrice si interroga sia sulla necessità di salvare Runway in senso metaforico e, soprattutto, se davvero ci interessa farlo.
Trovo che sia un’analisi interessante, che un po’ ci suggerisce anche il film, in quanto la risposta che vogliamo dare potrebbe cambiare il futuro dell’editoria.
Personalmente parlando, sì, a me di salvare Runway importa.

“Si può salvare Runway e soprattutto: ci interessa farlo?”
Come si può salvare Runway?
Io penso che “salvare Runway” sia possibile, ma con la piccola clausola che per “salvare” non si intende tornare ai numeri del passato per le edizioni cartacee.
Al contrario, io penso che il digitale non sia il male, ma un portale che apre a molte più possibilità. Pensiamo alla possibilità di accedere alle notizie e ai contenuti che ci interessano anche sotto forma di podcast, approfondimenti su misura, newsletter.
Chiaramente, in cambio gli utenti devono impegnarsi a supportare i giornali con abbonamenti e donazioni, proprio come una volta si pagava per il giornale in edicola.
Sono consapevole che il discorso sia più lungo e complesso di così, ma è un primo passo verso un’informazione qualità, anche se digitale.
È tutto.




