Scrivici a
Mestieri che non esistono più: 5 professioni d’altri tempi
Nel 1800 era la Rivoluzione Industriale a spaventare, oggi è l’intelligenza artificiale. Il futuro si rimodella di continuo e la società cambia con lui.
Con un pizzico di nostalgia e tanta curiosità, in questo articolo andremo alla scoperta di alcuni affascinanti mestieri che non esistono più, ripercorrendo la loro storia e analizzando come si sia evoluta la nostra società a favore di un’innovazione tecnologica che l’ha cambiata.
Molte di queste occupazioni erano considerate essenziali nel momento storico in cui esistevano. Eppure, nel giro di pochi decenni sono diventate superflue a causa del progresso tecnologico. Se questa evoluzione rappresenti un guadagno o una perdita in termini di umanità, è un dibattito ancora aperto e attuale.

5 mestieri che non esistono più
1. Il lettore di fabbrica
Tra i mestieri che non esistono più, quello del lettore di fabbrica è sicuramente il più affascinante, soprattutto se visto con gli occhi di un lavoratore del nostro secolo.
Oggi siamo abituati ad affrontare la giornata lavorativa rifugiandoci nella nostra bolla, con le cuffie nelle orecchie, isolandoci da ciò che ci circonda. C’è stato un tempo in cui il lavoro noioso e ripetitivo all’interno delle fabbriche aveva una voce collettiva: quella del lector di fabbrica.

L’origine di questa figura, l’unica che forse oggi rimpiangiamo tra i mestieri che non esistono più, risale al 1860 e vede la sua massima diffusione all’interno delle fabbriche di sigari a Cuba, prima di approdare negli Stati Uniti.
Immaginate la scena: mentre decine di operai lavoravano meticolosamente alle loro postazioni, c’era qualcuno che, in posizione sopraelevata, leggeva ad alta voce. In questo modo, il rumore dei macchinari veniva sovrastato e il lavoro, spesso noioso e ripetitivo, diventava anche un atto culturale.
Il fenomeno infatti, nacque in un momento storico in cui l’accesso all’istruzione e l’alfabetizzazione erano molto limitate per la classe operaia. Di conseguenza, il lettore di fabbrica non era soltanto intrattenimento, ma assumeva un ruolo di fondamentale importanza per l’educazione degli operai che imparavano attraverso l’ascolto.
Che cosa leggevano?
I testi, scelti dagli stessi operai che pagavano di tasca loro il lector, non erano mai banali.
Si passava dai grandi romanzi della letteratura, come Il Conte di Montecristo che era uno dei preferiti, a giornali e riviste che trattavano temi di attualità.
L’introduzione della lettura di articoli di giornale che riguardavano questioni politiche, sociali ed economiche rese la figura del lettore di fabbrica ancora più sovversiva.
Infatti, questi testi, focalizzati sulla condizione dei lavoratori, permettevano agli operai di diventare più consapevoli dei loro diritti e del proprio potere collettivo.
Il lettore di fabbrica: la scomparsa del mestiere
I lettori di fabbrica andarono scomparendo per diverse ragioni, legate al cambiamento del clima sociale e, in parte, al progresso tecnologico.
Come detto, la lettura di testi sindacali e politici rendeva gli operai fin troppo consapevoli contribuendo alla diffusione di idee socialiste e sindacali e alla realizzazione delle prime rivendicazioni.
I padroni delle fabbriche quindi, iniziarono a considerare il lettore come un agitatore sociale e, con il tempo, il mestiere fu bandito.
Inoltre, l’aumento dell’alfabetizzazione fece sì che molte persone, appartenenti anche alla classe operaia, imparassero a leggere in autonomia.
Infine, ultimo ma non meno importante, l’avvento della radio e della televisione fornì forme di informazione e intrattenimento più immediate.
Con la fine di questa professione, si perse molto di più di un semplice impiego. Il lettore di fabbrica, infatti, resta uno dei mestieri che non esistono più che meglio incarna il desiderio umano di elevarsi e di emanciparsi, ricordandoci che la cultura e la conoscenza sono strumenti che possono arrivare ovunque e cambiare le sorti delle persone.
2. Lo svegliatore (knocker-upper)
Vi siete mai chiesti come ci si svegliava puntuali prima dello smartphone? La risposta risiede in uno dei tanti mestieri che non esistono più: lo svegliatore.
Detto anche bussatore era una figura professionale pagata per bussare alle porte e alle finestre delle case per svegliare i cittadini al mattino, in modo che potessero arrivare puntuali al lavoro.
Questo mestiere si diffuse in modo particolare durante la Rivoluzione Industriale, periodo storico in cui, nelle città più industrializzate di Regno Unito, Irlanda e Paesi Bassi, grazie alla costituzione di nuove realtà lavorative, aumentò in modo esponenziale l’occupazione.

Nonostante all’epoca le sveglie esistessero già, erano molto costose e poco precise quindi si preferiva affidarsi a questi personaggi che utilizzavano i metodi più disparati per raggiungere il loro obiettivo: c’era chi preferiva bussare a mano, chi utilizzava manganelli, chi lunghe canne di bambù con le quali si poteva arrivare ai vetri delle finestre e chi, come Mary Smith, l’ultima a svolgere questa particolare mansione, utilizzava la cerbottana caricata con i piselli.
Insomma, ci si poteva sbizzarrire, la cosa importante era non utilizzare oggetti che potessero frantumare i vetri o arrecare danni.
Come facevano gli svegliatori a sapere l’orario in cui sarebbero dovuti passare a bussare?
Ognuno di loro aveva il proprio giro di clienti ogni giorno e spesso, erano gli stessi clienti a posizionare all’esterno della casa delle lastre di ardesia su cui era scritta l’ora in cui dovevano essere svegliati.
Inutile ricordare che, con l’avanzare del progresso tecnologico questa figura venne sostituita dall’orologio sveglia.
3. L’accenditore di lampioni
C’è stata un’epoca in cui, al calare della sera, per le strade della città si vedeva passeggiare un uomo, con un compito molto importante: accendere tutti i lampioni che incontrava sul suo cammino.
Prima dell’Ottocento infatti, la luce pubblica, seppur scarsa, era garantita dalla presenza di lampioni che necessitavano di qualcuno che li accendesse manualmente ogni sera. I primi accenditori dovevano arrampicarsi sul lampione per rifornirlo di olio di balena o di colza e accendere lo stoppino. Si trattava di un lavoro ben poco romantico, sporco e faticoso.

Nei primi anni dell’Ottocento, con l’arrivo dell’illuminazione a gas, si ebbe una prima rivoluzione di questo mestiere.
All’epoca i lampionai non dovevano più arrampicarsi ma si avvalevano di un lungo bastone che aveva, sulla cima, un gancio e una fiammella. Con il gancio potevano agilmente aprire la valvola del gas del lampione e con la fiammella accendevano la luce.
Fu in questa seconda fase della sua storia che il lampionaio assunse un’aura romantica, quasi magica.
Si trattava di un compito che richiedeva dedizione, un mestiere che non era soltanto un dovere ma anche un modo per contribuire attivamente al benessere della comunità. E sono proprio queste caratteristiche a rendere il lampionaio uno dei mestieri che non esistono più
“Fu in questa seconda fase della sua storia che il lampionaio assunse un’aura romantica, quasi magica. Si trattava di un compito che richiedeva dedizione, un mestiere che non era soltanto un dovere ma anche un modo per contribuire attivamente al benessere della comunità.”
Il mestiere scomparve progressivamente tra gli anni ’30 e ’50 dopo l’invenzione dell’elettricità che permise l’utilizzo di un sistema meccanico per l’accensione dei lampioni.
4. Il trafugatore di cadaveri
Passiamo ora a un mestiere più macabro e controverso della storia: il trafugatore di cadaveri.
Questa professione, ingrata e clandestina, nacque tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo con uno scopo considerato nobile: favorire il progresso della scienza medica.
All’epoca, le università e i chirurghi avevano bisogno di studiare l’anatomia umana attraverso la dissezione ma si scontravano con la rigidità legislativa del Murder Act del 1752.
Questa legge permetteva tale pratica solo sui cadaveri di criminali giustiziati, tuttavia proprio in quegli anni le esecuzioni capitali calarono drasticamente. Di conseguenza, tra domanda e offerta legale si creò un pericoloso divario che soltanto il mercato nero dei “resurrezionisti” poteva soddisfare.
Come agivano i trafugatori di cadaveri?
L’operazione non era legale ma, poiché per legge un cadavere era considerato “proprietà di nessuno” Il furto del corpo in sé era considerato un reato minore. Al contrario, sottrarre vestiti e gioielli era considerato un crimine grave contro la proprietà, punibile persino con la forca.
Per questo motivo, i trafugatori adottavano un escamotage: spogliavano il corpo e riponevano gli oggetti appartenutigli all’interno della bara prima di richiuderla.
Il corpo, veniva estratto attraverso un tunnel ricavato accanto al luogo della sepoltura. Per accorciare i tempi, il coperchio veniva rotto e sollevato soltanto all’altezza della testa del defunto trascinato fuori grazie a dei ganci o delle corde. Il tutto in un lasso di tempo breve abbastanza da evitare che i trafugatori venissero scoperti.
La fine di questo mestiere
A rendere questo mestiere degno di essere inserito nella lista dei mestieri che non esistono più furono le azioni orribili compiute da due personaggi dell’epoca, William Burke e WIlliam Hare che, a Edimburgo, iniziarono a uccidere per consegnare i corpi a un famoso docente di anatomia, il Dottor Knox.
Una volta scoperta la macabra collaborazione, il Parlamento decise di intervenire emanando l’Anatomy Act (1832). Questa legge sanciva la possibilità di utilizzare in modo legale, a scopo scientifico, cadaveri non reclamati di persone decedute in ospedali, ospizi o prigioni.
Attualmente, questa pratica è regolamentata da un organo preposto: l’Autorità per i Tessuti Umani (Human Tissue Authority). Si tratta di un ente pubblico attivo dal 2006, che appartiene al Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale del Regno Unito.
5. I raccoglitori di birilli del bowling (pinboys)
Sono sicura che, durante le vostre serate passate a giocare a bowling, avete sempre dato per scontata l’esistenza di quel meccanismo invisibile che riposiziona i birilli alla fine di ogni partita.
Vi svelo un segreto: si tratta, in realtà, di un’invenzione della metà del Novecento.
E prima di quel momento, come si faceva nelle sale bowling?
Ebbene, dietro ogni strike degli anni Trenta c’era l’abilità di persone agili e veloci che sistemavano, a mano, ogni singolo birillo, i raccoglitori di birilli, appunto.
Si trattava molto spesso di giovani e adolescenti (da qui il nome pinboys), gli unici capaci di reggere lo sforzo fisico di questo mestiere. In cambio di qualche spicciolo, questi ragazzi sfruttavano riflessi pronti e velocità, fondamentali in un lavoro simile.

Il compito di questi ragazzi infatti, non era soltanto di rimettere in piedi i birilli. Si dovevano occupare anche di:
- liberare la pista dai birilli caduti
- in caso di spare, dovevano identificare quali birilli erano rimasti in piedi
- posizionare i birilli esattamente nel punto contrassegnato sulla pista
- restituire le palle da bowling ai giocatori attraverso la corsia di ritorno.
Tutto questo per centinaia di volte ogni sera.
Inoltre, si trattava di un mestiere a suo modo pericoloso con un elevato rischio di infortunio. I ragazzini infatti, dovevano essere veloci a schivare la palla, prima che questa colpisse i birilli, in modo da non venirne colpiti a loro volta.
Non era raro che si verificassero infortuni dovuti ai birilli o, peggio ancora, all’urto con la palla da bowling.
Insomma, per quanto iconico, è un bene che tale mestiere sia ormai annoverato tra quelli che non esistono più: il gioco non valeva la candela.
I Pinboys scomparvero progressivamente a partire dal 1936, anno in cui venne realizzato il primo posizionatore meccanico. Tuttavia bisognerà arrivare al 1952 per poter beneficiare di un esemplare davvero funzionante che segnò la fine del mestiere manuale.
Perché ricordare i mestieri che non esistono più?
Essere curiosi verso le professioni ormai scomparse, ci dà la possibilità di riflettere sul fascino di un mondo pre-digitale. Ci permette, quindi, di capire non solo da dove veniamo, di renderci conto anche di quanto velocemente il mondo stia cambiando.
Studiare come fossero le cose prima dell’avvento della tecnologia è importante per noi, del XXI secolo, per poter sfruttare nel modo migliore il progresso che verrà, senza farci fagocitare da esso.
Ricordare e raccontare i mestieri che non esistono più significa, in fondo, non dimenticare l’umanità che ha caratterizzato quelle professioni che hanno costituito la collettività dell’epoca.
L’intelligenza artificiale può essere creativa?
Le intelligenze artificiali ci sostituiranno?
Negli ultimi anni, anche noi appartenenti al XXI secolo, ci siamo spesso chiesti, con non poca preoccupazione, che cosa succederà quando la tecnologia prenderà definitivamente il sopravvento compromettendo la nostra presenza sui luoghi di lavoro?
A causa dell’utilizzo sempre più diffuso, e spesso spropositato, dell’intelligenza artificiale infatti, il rischio di essere sostituiti da un robot nell’esecuzione di alcuni dei processi è sempre più concreto e questo ci fa paura.
Ciò che emerge però dalle ultime statistiche è a favore del lavoro umano, almeno per il momento: l’AI infatti commette ancora troppi errori per poter essere considerata una valida sostituta all’intelligenza e all’esperienza umana.
Tuttavia, è quasi certo che integrare una simile tecnologia porterà ad un cambiamento nel modo di lavorare e ad un’evoluzione di alcuni tipi di lavoro. Si può parlare quindi di trasformazione del lavoro anziché di eliminazione concreta.
Pertanto le vere domande che ci dobbiamo porre sono:
- Come possiamo fare in modo che la tecnologia giochi a nostro favore?
- Come possiamo sfruttarla per evitare che sia lei a sfruttarci?
- Come possiamo scansare il pericolo che siano proprio i nostri, i prossimi mestieri ad essere inseriti nell’elenco di quelli che non esistono più?
Hai già messo mi piace a TheGiornale?
La capacità umana di reinventarsi
Con queste domande bene in mente, è necessario e sacrosanto ricordarsi di una verità fondamentale: l’uomo è un animale in grado di reinventarsi e adattarsi nel momento in cui le condizioni attorno a lui cambiano. Il progresso non deve avvenire soltanto al di fuori, non dobbiamo subire il cambiamento ma diventare parte integrante di esso.
Se in un futuro, vicino o lontano che sia, il nostro lavoro di segreteria che tanto ci annoia, verrà automatizzato, avremo la possibilità di dedicarci ad altro, e dobbiamo sfruttare questo lasso di tempo per reinventare il nostro processo lavorativo disponendo di un’arma che, di sicuro, i robot non hanno: la creatività.
Del resto, il lampionaio e il lettore di fabbrica, non sono spariti perché l’uomo ha smesso di aver bisogno di ciò che essi offrivano, ha soltanto trovato un metodo nuovo per illuminare le strade e istruirsi.
Osservando la lista dei mestieri che non esistono più potremmo pensare che il progresso sia qualcosa di concluso. La realtà dei fatti è ben diversa: oggi, stiamo vivendo una nuova rivoluzione, una nuova fase del progresso che include anche l’intelligenza artificiale.
La paura che l’AI possa cancellare mestieri intellettuali o creativi – come successo al lettore di fabbrica dopo l’invenzione della radio – è comprensibile.
La storia ci insegna che il cambiamento non corrisponde a un’eliminazione, quanto a una trasformazione. Sta a noi decidere se essere vittime o attori di questo nuovo progresso.




