13 Gennaio 2026 0:59
I videopodcast: la scommessa di Spotify

A ognuno di voi sarà capitato di sentire parlare di podcast. Ormai a tavola si inizia a parlare di questo fenomeno proprio come un tempo si parlava di libri e poi di serie TV.
Eppure, come tutti sappiamo, l’evoluzione dei contenuti audio è sempre il video. E se, come si diceva anni fa, video kills the radio star, oggi videopodcast kills the podcast star?
Non possiamo dirlo con certezza, ma quello che sappiamo è che i videopodcast sono la nuova scommessa di Spotify.

scommettere sui videopodcast la nuova sfida di spotify | TheGiornale
Foto da Pexels

Proviamo a dare qualche numero: nell’ultimo anno gli utenti che hanno fruito di un podcast in video sono stati oltre 270 milioni (dati Spotify), il 70% di questi lo ha visto in foreground.
I numeri di questa tendenza sono in crescita costante, basti pensare che videopodcast come Tintoria adesso sono in video anche su Spotify.
(ndr: Tintoria era stato l’ultimo dei podcast YouTube a non aver ancora migrato in video su Spotify).

Qual è la differenza tra un’intervista televisiva e un videopodcast?

Non c’è ancora una “grammatica precisa” per i videopodcast e a volte sembra proprio che si faccia una grande confusione.
Stiamo parlando di un contenuto che deve funzionare bene sia in audio sia in video.
Il PoretCast di Giacomo Poretti spesso è uno spettacolo teatrale, con interventi musicali della band alle sue spalle. Uno spettacolo bello dal vivo, godibile in video, incomprensibile consumato solo in audio.
Mentre Supernova di Alessandro Cattelan riesce a essere un ottimo podcast sia in video sia in audio.

In molti dicono che questi podcast one to one siano semplici interviste televisive, ma così non è. La differenza sostanziale sta nella gestione dei tempi. Nel podcast è tutto più dilatato.
Prendiamo come esempio il programma televisivo di interviste più visto in Italia: Che tempo che fa.
Tralasciando le opinioni personali di ognuno sul modo di portare avanti le interviste di Fabio Fazio, ogni intervista del programma dura al massimo mezz’ora. Una mezz’ora spesso incentrata sul prodotto da promuovere (libro, film, disco, ecc.).

Nei podcast, nonostante molti ospiti facciano il giro della morte (Tintoria, BSMT, One More Time, ecc.), viene dato pochissimo risalto al prodotto e maggiore all’ospite. Prendendosi il tempo e, passatemi il termine, anche “cazzeggiando un po’”.
Questo crea un engagement maggiore tra ospite e audience, facendo propendere il pubblico più verso un’intervista che assomiglia a una chiacchiera da bar, fresca e leggera, rispetto al solito elenco lunghissimo di risposte predefinite da ufficio stampa dei canali generalisti.

Spotify investe nel video

Negli ultimi anni l’investimento nella creazione di contenuti video è stato ingente da parte di Spotify.
Tra le altre cose, l’aggiunta di clips, mini reel, per invitare l’ascoltatore ad ascoltare qualcosa di nuovo. Proprio come TikTok o Instagram, ma con il vantaggio di trovarsi già sulla piattaforma di ascolto.

Pare evidente che con queste tecnologie Spotify abbia lanciato il guanto della sfida a YouTube, cercando di prendersi i creators che prima erano quasi esclusivamente sulla piattaforma di Google.
E come li sposti da una piattaforma all’altra? Semplice: offrendo possibilità di monetizzazione più alte.


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Come si monetizza un videopodcast?

Un videopodcast, oltre alle solite modalità di monetizzazione di un podcast (come la sponsorizzazione o la brandizzazione – immaginate NordVPN per Tintoria o Intesa San Paolo che brandizza il podcast di Barbero), ne offre altre:

  • product placement
  • merchandising
  • maggiori introiti dalle ADS

Proprio sull’ultimo punto, i maggiori introiti dalle ADS, Spotify gioca la sua partita.
Quando un creator accede al programma di monetizzazione Spotify Audience Network (SPAN), gli introiti ogni mille visualizzazioni sono maggiori per i video rispetto all’audio.

Da qui in poi entriamo in una parte tecnica e commerciale che per noi comuni mortali forse non è importante, la monetizzazione tramite ADS ha senso solo per podcast con ascolti mensili superiori a 50.000.
Per darvi un parametro, il nostro Caffè Sospeso ha raggiunto “stoicamente” il totale di 5.000 ascolti nell’arco delle sue 18 settimane. Ora capite perché siamo ancora qui e non siamo fuggiti con il malloppo.

Qual è però il rischio di incentivare così tanto i videopodcast? Senza ombra di dubbio quello di far lievitare i costi di produzione e soffocare le produzioni indipendenti.
Provando a pensare ad un podcast come Limoni, sulla vicenda del G8 di Genova, viene difficile immaginarlo in formato video. Diventerebbe una produzione da History Channel.
Se in questo momento però avete pensato a Pablo Trincia che fa il Caso di Elisa Claps sia in podcast che come documentario Sky, vorrei vi soffermasse al fatto che lui è Pablo Trincia.

Quali podcast sponsorizza NordVPN |TheGiornale
Foto da Pexels

Spotify vincerà la scommessa sui videopodcast?

Non possiamo dire ora se quella dei podcast sia una bolla e quella dei videopodcast una bolla nella bolla.
Certo è che molti brand hanno deciso di investire in questo tipo di media. Sia investendo in annunci pubblicitari, sia creando serie in cui parlare dei valori di brand.
L’ultima che viene in mente è Plasmon che ha creato Mani in Pappa, una serie sullo svezzamento dei bambini.

La scommessa dei videopodcast è sicuramente costosa per Spotify, ma, numeri alla mano, al momento si sta rivelando vincente. Offrendo all’utente anche una funzione che YouTube non da, se non a pagamento: la possibilità di passare da video ad audio in un solo click, permettendo l’ascolto anche con altre app aperte.
E, per me, questo fa la differenza.


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