La dislessia: cosa significa avere questa patologia?

Oggi tutti più o meno sanno cosa sia la dislessia, come si manifesta o come più o meno riconoscerla, ma solo una persona dislessica sa come ci si sente, quali sfide bisogna affrontare e quanto diversi, o sbagliati ci si possa sentire.

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Cosa è la dislessia?

In termini medico-scientifico la dislessia è considerata un Disturbo Specifico dell’Apprendimento, detto anche DSA. Stiamo parlando quindi di un disturbo del neuro-sviluppo che riguarda principalmente la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. 


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In altre parole, una persona dislessica incontra quotidianamente difficoltà nella decodificazione visiva del testo. Talvolta, questo disturbo è accompagnato anche da una difficoltà legata alla scrittura, sia per quanto riguarda la composizione ortografica di una determinata parola e/o nella fonetica della stessa (in questo caso si parla di disortografia). In questa occasione è bene sottolineare che nonostante tale disturbo dipenda da una diversa modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nel processo di lettura (e/o scrittura), non si tratta di un deficit di intelligenza o tanto meno di una malattia.

Di conseguenza una persona dislessica non è meno intelligente della media e non necessita di una cura. Deve solo imparare a convivere con questo disturbo e “allenarsi” per migliorare.

Cosa significa essere dislessici?

Al giorno d’oggi essere dislessici non è più considerato “anormale” o un problema (purtroppo però non da tutti), ma fino anche solo a dieci anni fa sfortunatamente non era così. Gli insegnanti, specialmente quelli più anziani, non erano in grado di distinguere un bambino dislessico da uno pigro, specialmente durante il primo periodo di scolarizzazione. Questo comportava, e talvolta comporta, una grande senso di frustrazione e inferiorità nel bambino che spesso lo porta a chiudersi in se stesso.

“È intelligente, ma non si applica”

“È intelligente, ma non si applica”. Questa è la frase che maggiormente una persona dislessica si sente dire durante i suoi primi anni di istruzione, quando ignaro del suo disturbo si sente mutilato rispetto agli altri. Perché essere un bambino dislessico (e/o disortografico) in prima elementare significa essere pervasi dalla paura, dalla vergogna e dal senso di colpa il giorno del primo dettato. Fin quando le lettere sono singole, nessun problema, basta un po’ di allenamento ed il bambino riuscirà a riconoscerle. Poi arriva però la composizione delle parole, ed ecco arrivare i problemi veri.

Quando l’insegnante chiede di scrivere una parola semplice bisillaba come “vaso” ecco sopraggiungere il panico. Il bambino o bambina dislessica conosceranno tutte le lettere che compongo quella parola, ma la loro secessione ortografica sarà per lui o per lei più difficile della dimostrazione della teoria delle stringhe. 

Altro grande terrore? La lettura a voce alta, davanti a tutta la classe, difronte a tutti quei compagnetti che se mai dovesse sbagliare, gli rideranno in faccia e, la maestra che lo denigrerà perché magari impiegherà un quarto d’ora a leggere la parola in-dia-no. Si, perché la sillabazione, anche ad alta voce sarà perfetta, ma la composizione per intero di quella parola sarà impossibile, quasi come scalare l’Everest.


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Le strategie di sopravvivenza per una persona dislessica

Terrorizzato dall’essere considerato come uno “stupido” dagli altri e da se stesso il bambino dislessico comincerà a mettere in atto delle strategie di autoconservazione. Prima di tutto le tattiche per copiare durante i dettati, come sedersi a fianco al bambino più bravo, ma anche generoso, che magari tiene il quaderno a quadrettoni un po’ storto. Poi, imparerà i testi scolastici a memoria così da essere preparato e bravo tanto quanti gli altri quando la maestra lo chiamerà per leggere a voce alta. A quel punto le parole onomatopeiche non sembreranno più un ciclope da dover sconfiggere per trovare la libertà. 

cosa significa avere la dislessia

La diagnosi per i dislessici

Fortunatamente negli ultimi anni gli insegnanti sono molto più attenti ai problemi legati ai DSA e sono loro stessi a consigliare alle famiglie gli specialisti come il logopedista. Ma non sempre è così, e sfortunatamente a volte la diagnosi arriva molto tardi, dopo anni passati a sentirsi inferiore, menomato, incompreso. Il momento della diagnosi per una persona dislessica è comunque il momento della rivelazione: per la prima volta nella sua vita comprende che non è sbagliato, non è meno intelligente degli altri, ma è semplicemente diverso.

Riconosciuta l’esistenza del disturbo, sono due le strade che si possono intraprendere: 

  1. Procedere con la certificazione (scelta maggioritaria): la persona avrà quindi diritto a tutti quei sistemi che gli permettono di agevolarlo nello studio, come la dotazione di un pc, la possibilità di scrivere in stampatello o avere più tempo per una consegna; 
  2. oppure riconoscere l’esistenza del disturbo, ma rifiutare la certificazione. Sono poche le persone che decidono di intraprendere questo percorso, forse le più orgogliose e testarde, perché non avere un certificato significa non essere riconosciuti per quello che si è, ma significa sfidare se stessi e il proprio disturbo giorno dopo giorno nascondendo al mondo le proprie difficoltà e la paura di non farcela.

La vita dei draghi

Sono un “drago”, è così che mi sono sempre voluta definire nei confronti del mio disturbo. Si sono dislessica. Si, in accordo con i miei genitori all’età di 9/10 anni ho deciso di non far certificare il mio disturbo. Perché ho scelto di non far certificare la mia dislessia? Perché dentro di me mi sentivo già diversa dagli altri, non volevo che anche loro mi vedessero così (pensiero infantile, avevo solo 10 anni, scusatemi). Ho lottato tanto, ho pianto tanto per colpa di questo disturbo, ancora oggi una delle mie più grandi paure, nonostante parli fluentemente 3 lingue e abbia girato il mondo da sola, è leggere a voce alta davanti a tutti. 

Nonostante il mio disturbo ho sempre avuto dei voti alti a scuola, ma mamma mia, non avete idea di quanto erano sudati, specialmente le poesie e i versi a memoria. Il mio tempo di apprendimento, fino a quando non ho scoperto il mio metodo di studio, era letteralmente almeno il doppio rispetto alla media. Ma questo non mi doveva fermare, io dovevo andare avanti! 

Il traguardo migliore? La laurea a pieni voti. Quello è stato il giorno in cui per la prima volta ho dimostrato a me stessa che potevo farcela. Che io, ero e sono, più forte del mio disturbo.


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Imparare a convivere con la dislessia

Convivere con la dislessia è un processo, un viaggio nella consapevolezza di noi stessi, nell’’accettarci diversi, ma mai inferiori. Convivere con la dislessia significa anche scrivere poesie e testi bellissimi ricchi di un vocabolario forbito, ma anche avere i dubbi se la parola “ciliegia” si scriva o meno con la “g”. Convivere con la dislessia significa che ogni testo che scriverai sarà letto al contrario, partendo dall’ultima parola, così da controllare che tutto sia corretto.

Convivere con la dislessia significa anche leggere una parola su tre durante i film o le proiezioni, o inventare vocaboli che in realtà non esistono, ma anche mettere un braccialetto solo su un polso così da distinguere al primo colpo la destra dalla sinistra. Convivere con la dislessia è una sfida nella quotidianità, ma anche una grande vittoria.

Quindi caro lettore, se anche tu sei dislessico, ricordati che non sei solo, che non ti devi vergognare perché non c’è nulla di sbagliato in te, sei solo un drago! 

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