16 Luglio 2024 21:50

Se avete l’intenzione di leggere i libri di Albert Camus (1913-1960) dovete essere pronti a confrontarvi con un pensiero, quello esistenzialista, che non è di certo fatto per confortare gli animi. Nel complesso tentativo di capire quale sia il senso della nostra esistenza, Camus cerca infatti nelle sue opere di risvegliare l’Uomo, di ricordargli che solo la presa di coscienza può salvarlo dall’assurdità della vita

Ogni volta che leggo, e ritorno a leggere, le sue opere ho come l’impressione di essere riportata a galla. Come se, attraverso le sue parole, Camus riuscisse a sottrarmi alla routine della vita per obbligarmi a riflettere e ad essere più consapevole di me stessa. Che ne dite? Siete pronti a fare un viaggio verso la vostra coscienza?

Albert Camus
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L’autore: chi è Alber Camus

Albert Camus è stato uno scrittore, filosofo, saggista, giornalista e drammaturgo, nonché vincitore del Premio Nobel per la letteratura del 1957. La sua opera, così varia e ricca, è tra le poche ad aver colto e raccontato il dramma di una delle epoche più difficili e violente di tutte, il Novecento.

I suoi testi, atemporali, sono tutt’oggi un vero punto di riferimento. Di fronte al nichilismo di una società sempre più individualista, Camus si è interessato e preoccupato per l’evoluzione della società e ha messo a disposizione il suo pensiero per riuscire a cogliere le incoerenze e i problemi che ci affliggono nella vita quotidiana.

Parlare del senso della vita, o meglio del suo non sense, così come dell’assurdo dell’esistenza umana può dare l’impressione che le sue opere siano complesse o eccessivamente criptiche. Ma non è così perché la sua scrittura è accessibile. Camus, infatti, scrive testi che parlano di tutti, e che tutti possono leggere e capire.

Albert Camus

Quali libri leggere di Albert Camus?

Ecco quattro libri di Camus da leggere assolutamente:

  • Lo straniero, 1942 

Romanzo capitale nella storia della letteratura, Lo straniero è l’opera che ha conferito la notorietà a Camus. Questo romanzo narra la vita del protagonista, l’impiegato francese Meursault che vive e lavora ad Algeri dove, un giorno, uccide in spiaggia un algerino. Meursault verrà quindi portato in carcere e condannato a morte senza che lui provi a difendersi. Ciò che lascia senza parole è l’insensibilità del protagonista che non dimostra alcun rimorso per ciò che ha fatto né alcuna emozione riguardo alla morte di sua madre. 

Nel monologo finale, sotto certi aspetti illuminante, Meursault si rende conto di quanto l’universo resti indifferente riguardo all’umanità e riconosce il non-sense in ciò che lo circonda.

Lo straniero è un’opera che solleva la questione l’incoerenza della vita, Meursault è di certo un personaggio difficile da apprezzare ma che permette di porre diverse domande: chi è Meursault? Quest’uomo, straniero agli altri ma soprattutto a sé stesso, è un individuo senza emozioni o colui che ha capito, prima di tutti, l’assurdità della vita?

  • La peste, 1947

Ambientato ad Orano, città algerina ancora sotto la dominazione francese, negli anni Quaranta, questo romanzo narra di un’epidemia di peste bubbonica che colpisce l’intera città. Il protagonista, il medico Bernard Rieux presta soccorso ai cittadini ammalati con l’aiuto di altri personaggi tra i quali Tarrou, vero e proprio co-protagonista della storia, in una città che rimane in quarantena per mesi. 

Il romanzo dipinge in modo accurato le diverse reazioni dei cittadini di fronte alla gravità di una malattia terribile e mortale come la peste. Intrecciando le storie dei vari personaggi, Albert Camus riesce a dipingere la complessità della mente umana e i diversi istinti che muovono l’Uomo quando si trova in difficoltà. Questo romanzo, incredibilmente contemporaneo, dona una chiave di lettura interessante al periodo storico che abbiamo appena vissuto e che stiamo ancora vivendo.

Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio.

  • Il mito di Sisifo, 1942

Attraverso l’immagine di Sisifo (personaggio della mitologia greca che è stato condannato da Zeus a spingere un masso dalla base fino alla cima di un monte. La punizione non finisce qui: ogni volta che Sisifo raggiunge la cima, il masso rotola a valle costringendolo a ricominciare tutto da capo. E questo per l’eternità), Albert  Camus si pone questa domanda: ha senso vivere? 

Di fronte ad un’esistenza senza significato lo scrittore suggerisce che la “sopportazione” della propria presenza sulla Terra, la presa di coscienza dei limiti della propria vita, sia l’unico modo per prendere in mano il proprio destino.

Albert Camus
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Ed è a questo punto che il paragone con il mito di Sisifo acquista valore: per quanto sia assurdo che Sisifo ripeta sempre la stessa azione, bisogna ritenerlo felice perché lui è consapevole della propria esistenza, dell’assurdità a cui è condannato ed è quindi in grado di appropriarsi della sua sorte. Essere coscienti dell’assurdità della realtà, senza trovare per forza dei motivi che la giustifichino, è l’unico modo per l’Uomo di prendere in mano la sua vita.

Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

  • La caduta, 1956

Camus fa del protagonista di questo romanzo, l’avvocato parigino Jean-Baptiste Clamence, l’esempio di colui che si lascia soccombere dall’assurdità della vita. Uomo rispettato da tutti, Clamence, in un lungo monologo, si rende conto che la sua vita è in realtà incentrata soltanto su di lui, segnata da un profondo egocentrismo. Dietro ad ogni suo buon gesto si nasconde infatti il bisogno inappagabile di essere amato e riconosciuto per la sua bontà dagli altri. Abbandona quindi tutto per trasferirsi ad Amsterdam, lavorando in un locale di scarsa qualità, il Mexico-City, dove spinge i frequentatori della taverna a confessare i proprio peccati.

Ma in realtà Clamence è ormai un uomo perso, un “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”. La caduta si interroga sull’ambivalenza della natura umana, sui compromessi che prima o poi tutti noi siamo costretti ad accettare, sulle scelte che ci ritroviamo a fare. La caduta parla di noi, dell’imperfezione e dell’incoerenza che, per quanto possa darci fastidio ammettere, ci caratterizza.

Erano soprattutto gli altri che mi disgustavano. Certo, conoscevo le mie debolezze, e me ne pentivo. Continuavo però a dimenticarmene con meritoria ostinazione. Invece, il processo agli altri si svolgeva senza tregua nel mio cuore. Capisco, la cosa urta. Forse pensa non sia logico? Ma il problema non è rimanere logici. Il problema è scivolar via, e soprattutto, oh! Sì, soprattutto evitare il giudizio. Non dico evitare il castigo. Il castigo senza il giudizio è sopportabile, e d’altronde ha un nome che garantisce la nostra innocenza: sventura. No, si tratta invece di sfuggire al giudizio, di evitare d’esser sempre giudicati senza che mai venga pronunciata la sentenza. Ma non è così facile. Oggi, noi siamo sempre pronti a giudicare, come a fornicare, con questa differenza, che non c’è il timore di non riuscire.

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