23 Luglio 2024 19:36
diamanti artificiali

Il giorno in cui possedere diamanti finti sarà un vanto, sembra vicino: la danese Pandora è infatti l’ultima ad annunciare che a partire dal 2022 i diamanti artificiali sostituiranno quelli naturali nelle sue collezioni di gioielli.

È da anni che l’essere umano tenta di riprodurre con la tecnologia questi prodigi della geologia, ma è proprio oggi che tale stratagemma si rivela sempre più necessario, per diverse ragioni.

diamanti artificiali

Cos’è un diamante, e come si realizzano i diamanti artificiali?

Verso la fine dell’Ottocento, si scoprì che i diamanti altro non erano che strutture cristallizzate di carbonio puro. Proprio come il petrolio, affinché si formino sono necessarie migliaia di anni, e anch’essi sono una risorsa esauribile. Il rischio di “terminare” i diamanti presenti in natura però, non costituisce l’unico motivo per cui sintetizzare questi materiali in laboratorio è diventato una necessità, al punto da convincere persino i brand gioiellieri. Prima di approfondire tali ragioni, osserviamo ancora come l’essere umano è stato in grado di ottenere dei diamanti artificiali, fra l’altro indistinguibili da quelli naturali: i due processi maggiormente utilizzati sono l’High Pressure High Temperature (HPHT) che sfruttando l’elevata pressione ed elevate temperature simula le condizioni “naturali” di formazione dei damanti, insieme alla deposizione chimica da vapore (o CVD, da Chemical Vapor Deposition), che sfrutta una miscela di gas di idrocarburi (con potenzialità incredibili, che approfondiremo fra poco). Tra l’altro, le sigle HPHT e CVD identificano e permettono di riconoscere i diamanti sintetici rispetto a quelli naturali, ma anche rispetto alle vere e proprie falsificazioni ottenute a partire dall’ossido di zirconio.


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La scelta di Pandora è ricaduta su quest’ultimo metodo – il CVD – spiegando – attraverso le parole dell’amministratore delegato Alexander Lacik – che “è la cosa giusta da fare”, in direzione di una più ampia spinta verso la sostenibilità. Infatti, non solo Pandora Brilliance – la collezione dedicata ai diamanti artificiali – è già pronta, oltre che già disponibile in Gran Bretagna dall’inizio di maggio di quest’anno, ma l’obiettivo per Pandora è di diventare un’azienda carbon neutral entro il 2025. In effetti, se da un lato la produzione di diamanti artificiali pare estremamente dispendiosa dal punto di vista energetico, dall’altro il marchio danese ha ottenuto per la sua collezione la certificazione carbon neutral, grazie all’utilizzo medio di più del 60% di energia rinnovabile; quando poi Brilliance esordirà a livello mondiale, i diamanti artificiali dovranno essere realizzati utilizzando il 100% di energie rinnovabili.


I diamanti artificiali sono più sostenibili?

A partire dal 2022 quindi, Pandora non utilizzerà più diamanti estratti dalle miniere naturali, e data l’entità dell’azienda, non ci sorprenderemmo se altri marchi di gioielli dovessero abbracciare la stessa decisione. Quella di Pandora è infatti un’importante presa di posizione sia sul fronte ambientale, sia su quello economico e sociale, che poi sono le tre dimensioni “essenziali” che costituiscono il concetto di “sostenibilità”.

L’estrazione di diamanti in miniera è responsabile, a livello ambientale, di esaurimento e inquinamento delle falde acquifere, erosione del suolo

Dal punto di vista ambientale, come premesso all’inizio, i diamanti naturali costituiscono una risorsa esauribile, in virtù dei lunghissimi tempi necessari alla loro formazione. In aggiunta, la loro estrazione ha un impatto assolutamente non trascurabile sull’ambiente, a causa dell’utilizzo di macchinari pesanti, esplosivi, sistemi idraulici (con conseguente dispendio di acqua) per riuscire a scavare nelle profondità della Terra. Secondo le stime di quest’azienda produttrice di diamanti sintetici, per ogni carato di diamante naturale sono necessari quasi 477 litri di acqua, quasi 57 kg di emissioni di carbonio e 13 kg di ossidi di zolfo, a cui si aggiungono i 9,2 metri quadrati di terreno smossi e dissestati, e i circa 2630 kg di materiali di scarto residui. Le prestazioni dei diamanti artificiali sembrano invece nettamente più virtuose, ma affinché siano effettivamente “sostenibili” dal punto di vista energetico, occorrerebbe indagare meglio su quali sono le fonti impiegate per l’energia (ad esempio le biomasse, spesso spacciate come “sostenibili e rinnovabili”, possono rivelarsi nient’altro che un astuto lavoro di greenwashing).


Dal punto di vista economico, pare che la strategia di Pandora improntata alla “sostenibilità” comprenda anche l’impegno a rendere i diamanti accessibili a chiunque: sembrerebbe che il CEO Lacik abbia annunciato che “I diamanti non sono solo per sempre, ma per tutti“. In effetti, la realizzazione artificiale costa un terzo rispetto all’estrazione in miniera, motivo per cui i gioielli della collezione Pandora Brilliance partono da un prezzo base di 250 sterline (mentre attualmente, almeno in Italia, i gioielli con diamanti naturali sono disponibili in esclusiva per i membri del “Pandora Club”).


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Tra l’altro, l’aspetto economico non è affatto da trascurare, dal momento che i diamanti – oltre che in gioielleria – vengono impiegati anche a livello industriale, in funzione della loro rinomata durezza, per creare strumenti di perforazione, di taglio e di lucidatura (esistono persino dei coltelli di ceramica, a uso domestico, ricoperti da una fine polvere di diamante); a livello tecnologico inoltre, i diamanti fanno parte di attrezzature ottiche ed elettroniche.

Diamanti artificiali “non imbrattati di sangue”

Infine, il punto di vista sociale: negli ultimi anni si è diffusa l’espressione blood diamonds, ossia “diamanti (sporchi) di sangue“. I luoghi di origine di queste pietre sono solitamente zone di conflitto, stravolte dalle guerre civili, e dove i diritti umani non sono contemplati, al punto che Wikipedia contiene una pagina interamente dedicata al fenomeno. Probabilmente è anche grazie al film con protagonista Leonardo DiCaprio – che interpreta un ex-mercenario che contrabbanda diamanti durante la guerra civile in Sierra Leone, scoppiata sul finire degli anni Novanta – che l’espressione blood diamonds è rimasta incastonata nell’immaginario delle persone, nonostante i numerosi tentativi precedenti di regolarizzare il settore. Già nel 2005 infatti, fu creata l’associazione di categoria Responsible Jewellery Council, con l’obiettivo di stabilire alcune linee guida per un’industria responsabile, contrastando – fra i tanti – l’utilizzo di materiali provenienti da zone di guerra, il lavoro minorile, le pratiche di corruzione e i falsi contratti di apprendistato, gli espropri di terreni (il fenomeno noto come land grabbing), lungo tutta la filiera dei fornitori.

Per concludere, dal momento che come si è detto all’inizio, i diamanti sono strutture di carbonio, l’imprenditore Dale Vince si è chiesto se fosse possibile sfruttare l’inquinamento atmosferico – in particolare il “cocktail” di gas climalteranti, fra cui il diossido di carbonio – per creare dei diamanti artificiali.

Eliminati i danni geologici e idrici, le ripercussioni etico-sociali, le critiche riguardano anche in questo caso l’utilizzo di energia, le cui emissioni sarebbero secondo gli scettici superiori alla quantità di CO₂ inglobata nei diamanti.


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Sembrerebbe perciò che per riuscire a garantire un’alternativa a tutti gli effetti migliore alle pietre naturali, i produttori di diamanti artificiali dovranno lavorare proprio sulla questione dei consumi energetici dei processi necessari.

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