Il tatuatore di Auschwitz

Un libro potente, sconvolgente, che scuote l’animo e lo indigna. Un libro meraviglioso, forte, tremendamente crudo e dolce. Il tatuatore di Auschwitz è tutto questo e molto di più.

Il tatuatore di Auschwitz: la trama

Auschwitz

Auschwitz. Aprile 1942.

Numeri. Solo numeri, non più nomi, non più persone. E’ Lale l’artefice di questo crudele rituale. Lale – 32407 – ebreo offertosi volontario per la deportazione per salvare la sua famiglia, ha fatto una promessa a se stesso: sopravvivere. E per sopravvivere farà di tutto. Anche diventare il tatuatore di Auschwitz, l’uomo che trasforma le persone in numeri.

Sarà proprio così, tatuandone il numero che avrebbe cancellato il suo nome, che Lale conosce Gita, l’amore della sua vita.

Tra orrore, paura e morte, riuscendo a rendere reali gli odori, le sensazioni e i sapori, Heather Morris, attraverso gli occhi di Lale, racconta la storia di un amore nato nell’orrore, che vince la guerra e la follia umana, e arriva fino a noi.

Pensieri e riflessioni

Scrivere la recensione di un libro non è una cosa semplice. Bisogna essere in grado di mettere da parte se stessi e giudicare ciò che si legge in maniera oggettiva. E’ per questa ragione che questa non è una recensione, è, piuttosto, una riflessione. Perché questo libro mi è entrato dentro, ha ribaltato emozioni ed organi, ha preso a pugni il cuore.

Tutti conosciamo l’Olocausto, ne abbiamo studiato la storia, letto libri e visto film. Tutti sappiamo che gli ebrei venivano privati di tutto, anche del loro nome, una volta arrivati nei campi di concentramento. Ma qualcuno si è mai chiesto chi fosse la persona incaricata di cancellare la loro identità? Di trasformare il loro nome in una sequenza di numeri? Io no. Quando, una volta arrivata alla fine del libro, ho scoperto che quella raccontata era una storia vera, raccontata da un sopravvissuto, mi sono sentita male. Non perché se non fosse stata reale sarebbe stata meno “vera” ma perché in un certo modo, divorando le pagine de Il tatuatore di Auschwitz, ho conosciuto Lale, mi sono affezionata a lui e sono stata partecipe, anche se in minima parte, del suo dolore. Un dolore vissuto davvero, non solo immaginato.


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Quel dolore provato leggendo il libro, una volta arrivata alle note dell’autrice, è esploso. La violenza nei confronti di quest’uomo è stata certamente fisica, ma è stata soprattutto – come per tutti gli altri ma in misura ancora più subdola – mentale. Per sopravvivere, Lale ha accettato di cancellare l’identità di milioni di persone come lui ed è dovuto diventare parte della macchina infernale prodotta dai tedeschi. Per questo ha taciuto tutto per sessanta anni.

Lale Sokolov, il tatuatore di Auschwitz

Ludwigh Lale Einsenberg nacque in Slovacchia nel 1916. Fu deportato, dopo essersi proposto volontariamente per salvare la sua famiglia, nell’aprile del 1942. Fu, per tre anni, Il tatuatore di Auschwitz. Proprio qui, nei campi della morte, conobbe Gita, l’amore della sua vita. Fu proprio grazie alla forza dell’amore che entrambi sopravvissero.

Lale e Gita Sokolov

Uscirono dai campi di concentramento in due momenti diversi; temettero di essersi persi ma si ritrovarono. Nella Slovacchia ormai liberata, Lale scelse il cognome russo del cognato, Sokolov, perché essere ebreo era ancora un marchio che andava celato, e si trasferì in Australia con Gita. Qui, Lale comincia finalmente a vivere. Il terrore, tuttavia, non lo abbandonerà mai. Lale visse fino al 2003, anno della morte di Gita e anno in cui racconta la loro storia, nella vergogna, nel dolore, nella paura di essere giudicato, di essere considerato un alleato del nemico. Ma Lale, il tatuatore di Aushwitz, ha fatto solo ciò che riteneva di dover fare per restare vivo.

Lale Sokolov non solo è riuscito a sopravvivere, è riuscito a trovare la forza di rivivere l’orrore per ricordarci di non dimenticare.


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La storia raccontata ne Il tatuatore di Auschwitz è la storia di un animo forte, di un amore folle, di una voglia di vivere che va oltre la disperazione. E’ un altro tassello che ci è stato concesso per ricostruire lo scempio che fu l’Olocausto, un altro tassello per alimentare la memoria di quello che è stato, perché solo così, attraverso il ricordo e la presa di coscienza, possiamo opporci alla violenza e all’orrore e fare in modo che nulla di ciò che è stato accada di nuovo.

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