Phubbing: le relazioni sociali davanti e dietro lo schermo

La concezione del tempo è stata ridisegnata dai nostri dispositivi mobili, portandosi dietro la nascita del phubbing.

Il termine descrive l’azione di ignorare una persona all’interno di un contesto sociale perché impegnati a controllare il proprio telefono o un altro dispositivo mobile. Il phubbing trova spazio in un mondo che cerca di superare costantemente i suoi limiti, finendo per perdere di vista un valore che ad oggi è considerato ormai obsoleto: la lentezza. L’idea di dover essere sempre disponibili ha innescato logiche che ci allontanano dalla nostra stessa natura, quella di essere umani; essa ci porta ad essere giorno dopo giorno sempre più rapiti dalle nostre connessioni, finendo per trascurarci reciprocamente.

 

phubbing ed iperconnessione
Iperconnessione

Il phubbing e la società dell’informazione cambiano i contesti relazionali

 

Il progresso tecnologico e il multitasking ci portano a pensare che la nostra vita, oltre ad essere più rapida, sarà anche più felice e vigorosa. Le domande sembrano qui sorgere spontanee: tutta questa velocità indispensabile? Il progresso tecnologico ci rende più sereni? La rapidità ha un prezzo da pagare?

«Io difendo il ritmo umano: il tempo preciso, né più né meno, che serve per fare le cose per bene. Per pensare, per riflettere, per non dimenticare chi siamo». Con queste parole Luis Sépulveda riassume il senso profondo di una vita ideale, lontana dal phubbing.

E’ qui che emergere il paradosso di questa era: i nostri smartphone ci danno la possibilità di svolgere più mansioni contemporaneamente assicurando all’uomo l’opportunità di gestire in modo ottimale il tempo. Ma l’idea che il multitasking possa regalarci infiniti modi di trascorrere più tempo con le persone care sfuma quando dedichiamo loro una minima parte della nostra attenzione.

Convivialità 2.0

Viviamo in un’epoca scandita da suoni che segnalano messaggi in arrivo

 

Le vibrazioni insistenti, nel bel mezzo di una conversazione reale, rimarcano quel modo d’essere che oggi ci appartiene: l’always on. Sherry Turkle, sociologa e tecnologa statunitense, nel suo libro “Insieme ma soli” afferma: «in un bar vicino a casa mia quasi tutti i clienti usano il computer e lo smartphone mentre bevono il caffè. Quelle persone non sono mie amiche, eppure in qualche modo la loro presenza mi manca».

Il digitale è riuscito a confondere i confini tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Alla luce di questa considerazione dovremmo saperci ritagliare dei momenti per dare un limite a questa frenesia tecnologica.

 


 

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Coltivare le relazioni e le amicizie investendo sulle persone che ci troviamo davanti rende più forti i legami, è però fondamentale che questi vengano protetti con la stessa cura da entrambe le parti.

 

Lo smartphone resta un dispositivo che ci permette di essere “altrove”

La scelta di essere presenti dipende invece dalle priorità che ogni persona stabilisce per sé. La sensazione di poter tenere sotto controllo il mondo per mezzo di uno schermo così piccolo ci fa sentire più sicuri e più forti. Il confronto reale invece è oggi definibile come una situazione capace di farci sentire a disagio.

Di questo passo finiamo per comprendere sempre meno le persone che ci troviamo di fronte e con loro i relativi bisogni. Descriviamo la nostra vita sui social come qualcosa di invidiabile, il pollice e l’indice sono diventati i mezzi con cui riusciamo meglio ad esprimere i nostri pensieri. Così, riempiamo il momento e fuggiamo il contatto visivo.

 

phubbing - empatia quotidiana
Empatia quotidiana

 

La tecnologia non presuppone un minore senso di affetto nei confronti delle persone a cui ci sentiamo legati ma, con un comportamento simile, tendiamo a tagliarle comunque fuori. L’idea di poter comunicare all’istante ci fa sentire estasiati ma più importante di una risposta immediata è l’espressione di un amico che ci sorride. Quella che ci perdiamo quando siamo troppo concentrati sullo schermo del nostro telefono.

 


 

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Probabilmente dovremmo accettare di essere più vulnerabili di quel che vogliamo mostrare e fermarci a riflettere: in una società così intenta a superare i suoi limiti, possiamo ancora scegliere.

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Autore dell'articolo: Ilaria Milan

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