16 Luglio 2024 21:14
Death Note - TheGiornale.it

Ogni volta che viene annunciata una trasposizione cinematografica di un anime/manga o videogames un brivido raggelante percorre le schiene di migliaia di fan sparsi per il mondo. Quando Netflix diffuse il primo trailer del proprio film di Death Note, molti avevano intuito che la storia si sarebbe ripetuta e che l’umanità non è in grado di imparare dai propri errori.

Quei molti avevano ragione.

Death Note un fardello quasi insostenibile

Una doverosa piccola premessa: chi sta scrivendo ha deciso di guardare il film senza cercare obbligatoriamente rimandi alla serie originale, ma sperando di ritrovare, almeno in parte, quelle emozioni e le sensazioni di trip psicologici che si manifestano nell’anime di Death Note. Quindi non mi importava del nuovo contesto americano, del cast non orientale, del cognome di Light e chissenefrega se “L” è nero invece che bianco: non è il colore della pelle che ha reso storico questo personaggio. Ho apprezzato il tentativo di ricreare l’atmosfera originale in un nuovo contesto. Già…il tentativo!

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Decidere di creare un film tratto dalla grande opera originale di Tsugumi Ōba è già di per se un atto di coraggio, un fardello di cui pochi si sognerebbero di farsi carico, se realmente sani di mente, esattamente come se ad ognuno di noi capitasse per caso tra le mani un vero Death Note: avremo mai il coraggio di usarlo? e come?

Dunque bisogna dare atto a Netflix e Adam Wingard, di averci per lo meno provato.

 

Questo Deah Note non è proprio tutta cacca

A ben vedere di lati positivi c’è ne sono, pochi ma presenti.

Anzitutto Ryuk: la voce e riproduzione in CG hanno messo d’accordo tutti per una volta. Lo shinigami convince anche i fan più critici, il che non è poco.

Il finale: esatto, gli ultimi 10 minuti della pellicola sono l’unico momento in cui si respira veramente aria di Death Note, sia ben chiaro, non è in grado da solo di salvare il resto della produzione, ma arriva piacevolmente inaspettato.

Per quanto mi riguarda anche “L” è da salvare: sebbene ad un certo punto prenda troppo le distanze dal suo personaggio, e sebbene sia forse troppo emotivamente coinvolto, e pur non avendo i guizzi geniali che ci si aspetta, si sovrappone senza fatica al resto della combriccola. Il suo vero limite è che gli manca un vero antagonista con cui misurare il suo intelletto.

Il vero problema di Death Note di Netflix

Prima di cimentarmi nella stesura della recensione sono andato a cercarmi qualche dichiarazione del regista Adam Wingard, ed ho capito che il problema sta tutto li: lui non ha capito una fava di quali sono i temi principali di Death Note.

Il punto per me era proprio questo, cioè guardare la storia da un punto di vista più empatico. Appena abbiamo messo Light al liceo [l’originale frequenta per la maggior parte del tempo l’università, ndr], il film è immediatamente diventato un film sul liceo. Anche l’evoluzione del suo rapporto con Mia è diversa dall’originale...”.

In sostanza uno scontro di natura intellettuale doveva essere abbassato a questioni licelai e, perché no, magari condite con una patetica storia d’amore con la cheerleader dei sogni…quel retrogusto amaro di americanata che con tutto il cuore speravamo di non sentire, invece eccolo qui, più forte che mai, come nella scena della dichiarazione in TV di “L” con la bandiera a stelle e strisce che sventola alle sue spalle in ogni inquadratura manco ci fosse la bora, ad ostentare un orgoglio patriottico della produzione che a conti fatti si fa veramente fatica a capire.

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Ma l’interpretazione di Adam è un continuo inciampare in contraddizioni che mi lasciano perplesso ad ogni scena:

Dice di voler creare un sua variante americana, non necessariamente fedele ma che riportasse lo “spirito” dell’originale. Si ok, tutto bene, ma che senso ha allora chiamare Light un personaggio che Light non è? insomma, potevi chiamarlo John o come cavolo vuoi? e invece caro Adam ti sei di proposito gettato in un mare di melma, trasformando il protagonista in un ragazzino sprovveduto che va a spiattellare ad una ragazza appena conosciuta il segreto più importante della sua vita.

Insomma dell’originale Light Yagami metodico, freddo, calcolatore, puntuale, cinico non ne resta neanche l’ombra e ci viene consegnato un Turner frignone, smidollato, inconsistente che cambia idea con una facilità disarmante, e che porta la gonna nella relazione con Mia. Una scrittura che non prevede ne una mutazione ne un’evoluzione, il Light di Wingard è un personaggio che come l’acqua cambia stato in base all’ambiente, ma senza una logica fisica percettibile.

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Sembra che parte degli attributi di Light siano stati conferiti all’amata Mia, che in più di un’occasione si manifesta meno incline alle mezze misure. Dividere il light originale in due entità distinte ha solo generato due personaggi vuoti e per nulla accattivanti.

Death Note (non) è una storia d’amore

Ed è quello che il caro Adam pare essersi scordato!
Con questo incomprensibile ostinazione di costruire un prodotto rivolto agli adolescenti (forse per ordine dei “capi”), magari col desiderio di intercettare lo stesso pubblica della serie Tredici, di cui vi invito a leggere il nostro approfondimento, ha trasformato un thriller psicologico in una love story liceale.

Mentre guardavo il film io e la mia ragazza spontaneamente ci giravamo uno verso l’altra con l’espressione tipica da “ma che cazz…??” chiedendoci dove fossero finiti i veri temi portanti di Death Note.

L’eticità delle azioni di Kira passano in secondo piano, se non addirittura in terzo, la questione morale dell’uso del Death Note viene appena accennata, visto il piattume generale dei personaggi lo spettatore non è portato a schierarsi da nessuna fazione, forse perché semplicemente mancano proprio gli ideali che le sostengano.

Se stai guardando una interpretazione di Death Note e non ti chiedi: “che cosa farei IO col quaderno?”, significa che non solo Wingard ha mancato il bersaglio, ma che stava puntando proprio nella direzione opposta!

Per convincersi che il povero Adam non c’ha veramente capito una fava basta attingere dalle sue stesse parole:

Io vedo il mio Death Note come una sorta di mash-up di generi. C’è l’horror, ma ci sono anche l’action, la detective story… quando abbiamo cominciato il nostro punto di riferimento è stato It, immaginato in versione young adult. It che incontra Final Destination [ride].

Horror? action? final Destination? Mio caro Adam in quale pianeta ti sembrano di primaria importanza nell’originale? In cosa un cranio spappolato e qualche fontanella di sangue si associano all’opera principale?

Non mi aspettavo un capolavoro alla Nolan, per carità, ma nella tua trasposizione non c’è nulla dell’intrigante intreccio psicologico, non esiste un scontro intellettuale tra i protagonisti, non esistono scelte azzardate, non esiste incredulità o suspance, non esiste quella sensazione di onnipotenza che si prova immaginando di avere il Death Note tra le mani, non esistono le questioni morali…a questo punto era preferibile che neanche il tuo film esistesse affatto.

Possono infine solo accompagnare una colonna sonora totalmente inconsistente e il personaggio di Ryuk che, sebbene lodato per l’aspetto, dovrebbe essere uno shinigami superpartes e quindi spettatore delle decisioni degli umani, mentre risulta sin troppo partecipe nelle vicende terrene.

Il mio giudizio complessivo su Death Note?

Bocciato senza riserve!

Intervista tratta da wired.it

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